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dramma

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Lessico

sm. (pl. -i) [sec. XVI; dal greco drâma-atos, vicenda, azione scenica].

1) Qualsiasi opera letteraria le cui vicende, anziché essere raccontate indirettamente (come nella narrativa o nell'epica), sono svolte solo attraverso i dialoghi e i conflitti dei personaggi: in particolare, composizione teatrale caratterizzata da un intreccio doloroso.

2) Per estensione, vicenda dolorosa: il dramma di una vita sbagliata; anche elemento drammatico: il dramma nell'arte di Donatello.

Teatro: generalità

Il dramma si contrappose ovviamente alla commedia (ma i confini tra i due generi si fecero sempre più labili) e soprattutto alla tragedia, la forma seria del teatro aristocratico e feudale. Dalla tragedia si distingue per alcuni elementi esteriori e per alcune caratteristiche intrinseche. Tra i primi: il dramma non è necessariamente in versi, non racconta storie di dei o di eroi, non si conclude obbligatoriamente con la catastrofe (e con la catarsi), ma può essere in prosa, presenta personaggi rintracciabili nella vita quotidiana, svolge vicende che possono far parte dell'esperienza di ognuno, può sfociare in conclusioni amare o liete e comunque non sempre tragiche. Tra le seconde: la sorte dei protagonisti non è decisa in partenza da un decreto del fato o da una passione indomabile, ma determinata dal contesto nel quale essi agiscono; inoltre è assai più esplicito l'intento di ammaestrare lo spettatore, di trarre insomma dalle vicende una morale. Gli antecedenti di questo genere furono le cosiddette domestic tragedies elisabettiane (Arden di Feversham, Una donna uccisa con la bontà, Una tragedia nello Yorkshire), suo archetipo Il mercante di Londra (1731) di G. Lillo. I primi capolavori furono firmati da Lessing che però usò ancora il termine di tragedia. Il dramma dominò il teatro dell'Ottocento fino a Ibsen e Strindberg; poi, con il nuovo secolo e il superamento dei vecchi generi, è iniziata la storia, completamente diversa, del teatro moderno.

Teatro: dramma satiresco

Uno dei tre grandi generi del teatro classico greco, ha in sé i caratteri della tragedia e della commedia e tuttavia assunse preciso carattere proprio per la dinamica grottesca su temi tragici. Nel dramma satiresco il vecchio Sileno guida il coro dei satiri – esseri dai particolari animaleschi –, osceni, crapuloni, allegri, la cui azione fa da controcanto all'intervento del protagonista: Odisseo, contrapposto al leggendario Ciclope, nell'omonimo dramma satiresco di Euripide, l'unico testo pervenutoci completo, o i tradizionali eroi della tragedia greca, rappresentati in dimensioni grottesche, dove comico e tragico si fondono in una parlata popolare, sboccata e cruda, ricca divis comica. Al genere, che ebbe in Pratina (sec. VI e V a. C.) il suo perfezionatore, si dedicarono anche Eschilo e Sofocle con opere di cui ci restano frammenti.

Teatro: dramma liturgico

Azione drammatica religiosa cantata su testo latino (talvolta misto al volgare). Il testo è sempre la parafrasi dialogata di un episodio evangelico; la sua rudimentale rappresentazione, che ha spesso maggiore affinità con un rituale processionale più che con uno svolgimento teatrale vero e proprio, si svolge in chiesa. Il periodo di maggior fioritura del dramma liturgico iniziò nel sec. XII, ma le origini risalgono almeno al X; lo sviluppo si protrasse fino al sec. XIV. È probabile che l'origine del dramma liturgico vada ricondotta alla fioritura dei tropi di epoca carolingia: si ritiene anzi che un primo breve ed embrionale esempio di dramma liturgico possa essere stato il dialogo, interpolato nella messa di Pasqua, tra l'angelo e le pie donne che trovano scoperchiato il sepolcro di Cristo. Il dramma liturgico è legato alla solenne celebrazione di una festa: la Pasqua, il Natale, la resurrezione di Lazzaro, la conversione di Paolo. Non rientra quindi in senso stretto nella categoria il Planctus, lamento della Vergine sul corpo di Cristo, genere affine ma legato al Venerdì Santo e avente carattere doloroso.

Teatro: dramma pastorale

Genere teatrale, affermatosi negli ultimi decenni del Quattrocento, che si rifà all'idillio, alla bucolica e all'egloga e trasforma il dialogo in vera e propria struttura drammatica. Esso è tuttavia condizionato dalle corti, che esigono dal poeta un teatro raffinato, pieno di fasto e di garbo. Il dramma pastorale viene così a fondere il sentimento tragico e quello comico, con il lieto fine di rigore, per non turbare la serenità del giorno festivo, in cui abitualmente questo genere veniva rappresentato. Dalla favola pastorale il teatro riprende gli stessi personaggi: ninfe, satiri, pastori, cacciatori. L'esempio primo di questo genere si ha nella Favola di Orfeo di Poliziano, rappresentata nel 1480. Fino alla metà del Seicento il genere continua ad avere fortuna e fra le opere più significative sono da ricordare il Tirsi di Baldassarre Castiglione (1506), l'Egle di G. B. Giraldi Cinzio (1545), l'Aminta di T. Tasso (1573), mentre l'Endimione di A. Guidi (1692) segna la fine di una formula ormai priva di interesse, che egualmente si era andata spegnendo in Spagna e in Inghilterra, dove aveva trovato, specie in Garcilaso de la Vega, Juan del Encina ed E. Spenser i migliori cultori.

Teatro: dramma musicale

Nel Seicento, e anche in seguito, fu talvolta sinonimo di melodramma o di opera seria. Ma un significato più preciso fu assunto dal termine dopo la teorizzazione wagneriana dei concetti di opera e dramma. L'opera è quella caratterizzata dalla distinzione (consueta al tempo di Wagner) tra recitativi e arie, duetti, concertati; dalla presenza, insomma, di “pezzi chiusi” in cui le ragioni del testo dovevano adeguarsi a quelle della musica e in un certo senso subirle. Il rapporto si invertì nel dramma musicale teorizzato da Wagner, in cui spettava al testo condizionare la forma musicale, liberata dalle esigenze del “pezzo chiuso”. Dopo Wagner molti compositori evitarono nel loro teatro musicale le forme chiuse dell'opera (Strauss, Debussy, Verdi nel Falstaff e numerosi altri), senza che i loro lavori potessero tuttavia qualificarsi come dramma in senso wagneriano.

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