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elettroshock

(anche elettrochoc), sm. [sec. XX; elettro-+shock]. Metodica capace di indurre una perdita di coscienza e una crisi convulsiva generalizzata, provocate dal passaggio di una corrente elettrica alternante tra 2 elettrodi applicati sulla superficie del cranio. La crisi epilettica si ottiene con 60-90 volt e 300-600 milliampere applicati per uno o due decimi di secondo. Impiegata per la prima volta dagli psichiatri italiani U. Cerletti e L. Bini alla fine degli anni Trenta, ha sostituito le altre terapie di shock (termico, iperpiretico, insulinico) nel trattamento di crisi depressive gravi con delirio e tendenze suicidie, crisi manicali, schizofrenia. Grazie alla scoperta degli psicofarmaci (neurolettici, antidepressivi, ecc.) ha poi subito un marcato declino. Tuttavia, studi clinici controllati realizzati in anni recenti ne hanno riaffermato l'efficacia in casi particolari. La terapia con elettroshock viene oggi effettuata in anestesia generale ma è comunque poco diffusa soprattutto per lo stigma psicologico e sociale, retaggio di un uso eccessivo e sconsiderato nel passato, che ancora l'accompagna.

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