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emigrazióne

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Lessico

Sf. [sec. XIV; dal latino tardo emigratío-ōnis].

1) L'atto e l'effetto dell'emigrare; spostamento di popolazione da un territorio a un altro con riferimento a quello di partenza (se ci si riferisce a quello di arrivo, si parla di immigrazione). Anche l'insieme degli emigranti.

2) Per analogia, in economia, emigrazione dei capitali, fenomeno economico relativo ai movimenti o trasferimenti di capitali da un Paese all'altro a scopo speculativo, per trovare temporaneo rifugio contro provvedimenti di politica finanziaria. Questi movimenti sono facilitati, nell'ambito dei rapporti economici internazionali, dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione e della ricchezza mobiliare. Sul mercato finanziario si parla di capitali vaganti o moneta calda (hot money), causa di gravi squilibri nel sistema monetario internazionale.

3) In ecologia, emigrazione di popolazione, spostamento in massa di animali dall'area di origine. È un aspetto della dispersione e, al contrario della migrazione, non prevede un corrispettivo movimento di ritorno.

Sociologia

L'emigrazione è detta internazionale (o estera o con l'estero) se i territori (di partenza o di arrivo) appartengono a unità statali diverse; interna se i territori appartengono a una stessa unità statale (migrazione). Può essere volontaria (o libera o spontanea) se lo spostamento è deciso liberamente dall'individuo, coatta (o forzata) se imposto d'autorità, come per esempio nelle deportazioni e soprattutto nella tratta degli schiavi; organizzata se, pur deciso liberamente, lo spostamento è regolato e controllato dalle autorità statali. L'emigrazione è permanente oppure temporanea secondo che lo spostamento sia definitivo oppure temporaneo (in pratica se implica il trasferimento della residenza oppure no); è stagionale se avviene con periodicità annuale. L'entità dell'emigrazione si può misurare rapportando il numero degli emigrati da un dato territorio in un determinato periodo alla popolazione media di quel territorio (tasso o quoziente di emigrazione o tasso emigratorio). Se al numeratore del rapporto si pone la differenza fra emigrati e immigrati, si ottiene il tasso di emigrazione netta. L'emigrazione può essere determinata da motivi politici, religiosi, razziali, o da un insieme di questi motivi (il caso degli Ebrei che dalle diverse parti del mondo si dirigono verso lo Stato di Israele). Il motivo che però determina la maggior parte delle emigrazioni è quello economico e consiste nel desiderio, da parte di chi decide di trasferirsi altrove, di migliorare le proprie condizioni di vita. Come per N. Federici, secondo il quale la causa di fondo è costituita da uno squilibrio demografico-economico tra il luogo di origine e il luogo di destinazione. Quando lo sviluppo economico di una determinata zona non sia sufficiente ad assorbire le forze di lavoro della collettività che vi dimora e a fornire alla collettività stessa mezzi sufficienti di sussistenza, in detta zona si determina un'accentuata pressione demografica, la quale provoca un deflusso di popolazione; quest'ultimo tende a equilibrare le condizioni di vita, attenuando lo squilibrio (e quindi la pressione) attraverso una riduzione quantitativa della popolazione.

Cenni storici: dalla rivoluzione industriale al primo dopoguerra

Movimenti migratori si sono avuti fin dal passato più remoto: emigranti erano, per esempio, i Fenici e i Greci che costituivano e popolavano colonie sulle coste del Mediterraneo; emigranti erano i Barbari che invasero l'Occidente durante l'alto Medioevo; emigranti erano i pionieri che andavano a sfruttare le colonie americane dopo le grandi scoperte geografiche. Le prime grandi emigrazioni sistematiche si ebbero però solo nel sec. XIX, determinate dalla rivoluzione sia industriale sia demografica. La rivoluzione industriale portò a trascurare l'agricoltura, così che gran parte della manodopera addetta alla terra, attratta da nuove possibilità di lavoro, si riversò nelle città, spesso peraltro non riuscendo a trovare un'occupazione stabile, o per effetto della stessa meccanizzazione, o a causa delle frequenti crisi di sovrapproduzione che si determinavano. Manodopera disoccupata e popolazione affamata furono d'altra parte il prodotto anche di gravi crisi agricole (è il caso degli Irlandesi emigrati negli Stati Uniti alla metà del sec. XIX per i disastrosi raccolti di patate). Fu però soprattutto l'eccezionale espansione della popolazione dovuta all'incremento della natalità e alla contrazione della mortalità, che determinò l'emigrazione in massa dal continente europeo. Il flusso fu alimentato dai Paesi dell'Europa nordoccidentale fin verso la fine del sec. XIX, quando, per la diminuita pressione demografica e il consolidato sviluppo economico, si ridusse notevolmente. Furono allora i Paesi dell'Europa sudorientale, all'inizio del processo di industrializzazione e ad alta pressione demografica, a dare impulso all'esodo. Maggior polo di attrazione dell'emigrazione europea furono inizialmente gli Stati Uniti, seguiti poi dal Canada, dall'America Latina, dall'Australia, territori ricchi di terra coltivabile e di risorse minerarie, ma poveri di manodopera. Dal 1850 alla vigilia della prima guerra mondiale si calcola siano emigrati dall'Europa più di 40.000.000 di individui, oltre la metà dei quali diretta negli Stati Uniti. Il periodo di massimo deflusso è stato il decennio 1901-10 con una media annua di emigranti dall'Europa nordoccidentale pari a 350.000 unità e dall'Europa sudorientale pari quasi a 1.000.000. In totale nel periodo 1850-1950 l'Europa ha visto emigrare verso altri continenti ca. 55.000.000 di individui, non meno di 30.000.000 dei quali definitivamente. Dalla Gran Bretagna e dall'Irlanda ne sono emigrati più di 20.000.000, dall'Italia oltre 10.000.000, dalla Germania 5.000.000 e altrettanti dai territori dell'ex Impero Austro-Ungarico. Dopo la prima guerra mondiale, in ogni caso, il deflusso di popolazione dal continente europeo subì un notevole rallentamento sia per le politiche restrizionistiche poste in essere dai Paesi di immigrazione (gli Stati Uniti con le leggi del 1917 e 1921, il Canada con la legge del 1931), timorosi che il continuo afflusso di manodopera danneggiasse i lavoratori nazionali, sia per le meno attraenti condizioni economiche dei Paesi di immigrazione, dovute alle frequenti e disastrose crisi (a seguito di quella del 1929-33, l'Australia, per esempio, ha visto quasi annullarsi la propria immigrazione), sia per le politiche limitatrici dell'emigrazione attuate dai Paesi d'origine (Italia e Germania). In effetti nel decennio 1921-30 la media annuale degli espatri dall'Europa per altri continenti scese a 277.000 per i Paesi dell'Europa nordoccidentale e a 360.000 per quelli dell'Europa sudorientale: dal 1931 al 1941 la media per il primo gruppo di Paesi fu solo di 83.000 e per il secondo gruppo di 112.000.

Cenni storici: l'Italia tra le due guerre mondiali

L'Italia, per la scarsità di risorse naturali, è stata fra gli Stati che in maggior misura hanno contribuito ad alimentare il flusso emigratorio intercontinentale. Altrettanto intensa è stata l'emigrazione italiana verso gli altri Paesi europei. Dal 1876, anno in cui ebbero inizio le prime rilevazioni ufficiali del movimento migratorio con l'estero, al 1970, sono espatriati oltre 26.000.000 di italiani, di cui non meno di 5.000.000 definitivamente. Il deflusso ha avuto una tendenza costantemente crescente fino alla prima guerra mondiale: il tasso di emigrazione, pari a 3,9% negli anni 1876-80, raggiunse il 19,1% nel quinquennio 1906-10. Nel periodo 1876-1900 espatriarono in media oltre 210.000 persone all'anno, ma nei primi 13 anni del XX secolo la media degli espatri superò le 600.000 unità. Fu questo il periodo del cosiddetto grande esodo (espatriarono in totale oltre 8.000.000 di persone). L'emigrazione fu regolata e assistita dal Commissariato Generale dell'Emigrazione (istituito nel 1901). In quegli stessi anni la corrente transoceanica prese il sopravvento su quella continentale (fino ad allora dominante), la prima alimentata in prevalenza da emigranti provenienti dalle regioni meridionale e la seconda da emigranti provenienti dalle regioni settentrionali. La proporzione dei meridionali sul totale degli emigranti transoceanici, pari al 22% nel 1876, raggiunse infatti il 70% nel 1913: dalla Calabria, Abruzzi-Molise e Basilicata espatriarono verso altri continenti oltre il 30% degli abitanti. Al Nord, la regione di massimo deflusso era il Veneto, che offriva, tra l'altro, manodopera stagionale agli Imperi centrali (Austria soprattutto). La prima guerra mondiale arrestò progressivamente il deflusso migratorio così che il tasso di emigrazione scese al 6% nel periodo 1916-20. Dopo il conflitto e fino al 1927 la media annuale degli espatri risalì a 320.000 unità, ma l'andamento nel periodo fu discendente per la crisi che negli anni 1920-21 colpì la maggior parte dei Paesi di immigrazione e per la chiusura quasi totale di alcune frontiere ai nostri emigranti. Dal 1927 alla seconda guerra mondiale l'emigrazione si ridusse ulteriormente, sia a causa dei motivi sopra ricordati a proposito dell'emigrazione europea in generale, sia, in particolare, a causa della legge limitatrice degli espatri posta in essere dal governo italiano nel 1927. Dal 1928 al 1942 espatriarono poco più di 1.300.000 persone così che la media annua fu inferiore alle 90.000 unità. La maggior parte degli emigranti proveniva dalle regioni settentrionali e 2/3 di essi erano diretti verso i Paesi europei. I rimpatri arrivarono a costituire oltre il 70% degli espatri.

Cenni storici: l'Italia dopo la seconda guerra mondiale

Dopo la seconda guerra mondiale l'emigrazione riprese con nuovo vigore e nuove caratteristiche. Dal 1946 al 1970 espatriarono quasi 7.000.000 di italiani provenienti prevalentemente dalle regioni del Centro e del Sud. Il tasso di emigrazione, pari al 5,3% fino al 1955, è salito a ca. il 6,6% dal 1956 al 1965 per poi scendere al 4% dal 1966 al 1970. La corrente continentale ha continuato a prevalere su quella transoceanica fino a pesare per il 74% nel quinquennio 1966-70. In conformità alla prevalente direzione continentale si è accentuato il carattere temporaneo del flusso emigratorio (l'emigrazione transoceanica infatti è per natura permanente): la percentuale dei rimpatri, pari solo al 33% negli anni 1946-51 (45% dall'Europa e 19% dai Paesi d'oltreoceano), ha superato il 70% negli anni 1960-70 (78% dall'Europa e 31% dai Paesi transoceanici). La Svizzera ha assorbito da sola quasi la metà degli emigranti verso i Paesi europei: l'altra metà si è diretta verso i Paesi della CEE, Repubblica Federale di Germania soprattutto. Fra i Paesi d'oltreoceano, USA, Canada, Venezuela e Australia sono state le mete preferite dagli emigranti italiani. Negli anni Settanta la recessione economica mondiale ha fatto scendere la media annua degli espatri a 108.000 unità. I Paesi europei hanno accolto il 77% degli emigrati italiani, ma nel corso di tale decennio il numero di coloro che sono rimpatriati da questi Paesi ha superato di oltre 61.000 unità quello di coloro che vi si sono diretti. Nel corso degli anni Ottanta i movimenti migratori interni sono restati ai livelli usuali: nel 1988 sono stati registrati 639.000 spostamenti all'interno dell'area del Centro-Nord e 304.000 all'interno del Mezzogiorno, mentre 64.000 persone si sono spostate dal Centro-Nord verso il Mezzogiorno e 107.000 hanno seguito la strada inversa. Per quel che riguarda l'emigrazione verso Paesi esteri, nel 1988 su 49.000 espatri, ca. 38.000 hanno interessato i Paesi europei, 6000 l'America. Mentre il saldo espatri-rimpatri nel 1987 e nel 1988 ha oscillato intorno allo zero, nel 1989 esso si è rivelato positivo di oltre 15.000 unità, a confermare come l'Italia non possa ormai essere definita un Paese d'emigrazione. Al contrario essa è da tempo interessata, come del resto tutti i Paesi economicamente evoluti, a un vasto movimento di immigrazione. Anche nei primi anni Novanta è continuato il flusso immigratorio, in larga parte clandestino. Esso ha interessato particolarmente persone provenienti dall'Est europeo, dall'area balcanica, dai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, ma anche dall'Africa sub-sahariana. Una consistente immigrazione si è avuta pure da varie nazioni orientali e dell'America Latina. Si tratta di un fenomeno impossibile da quantificare con certezza per la numerosa presenza di clandestini; stando ai dati ufficiali, gli stranieri residenti in Italia nel 2000 erano 1.572.612, una cifra comunque contenuta (circa il 2,5% della popolazione) rispetto alla situazione degli altri Paesi sviluppati. Difficile dare conto della varietà delle motivazioni che caratterizzano l'immigrazione verso l'Italia. Si può solo affermare che essa è innanzitutto il risultato delle gravi differenze economiche tra Nord e Sud del mondo e del conseguente squilibrio demografico; a ciò si debbono anche aggiungere gli esodi determinati dai numerosi eventi bellici che si stanno manifestando nelle aree marginalizzate del mondo in questa fine di secolo. Esempi, a questo proposito, sono forniti dai tentativi di immigrazione clandestina da parte di Albanesi e, nel 1998, di Curdi. Alla fine degli anni Novanta, l'incremento delle correnti migratorie verso l'Italia, soprattutto dai Paesi dell'area balcanica, focolai di guerre etniche, ha portato il governo italiano a stabilire criteri generali per la definizione dei flussi di ingresso, fissando quote massime di stranieri da ammettere per lavoro subordinato a tempo indeterminato e a tempo. Per evitare l'afflusso considerevole di immigrati clandestini, sono stati stipulati anche accordi e intese bilaterali con i Paesi dell'area del Mediterraneo. Gli accordi prevedono, in cambio di un maggior controllo da parte dei Paesi interessati dal fenomeno dell'emigrazione, la possibilità di ingresso per i cittadini extracomunitari, nei limiti stabiliti dai decreti annuali dei flussi, l'inserimento in un'anagrafe informatizzata, previa formazione di apposite liste anche per le attività di carattere stagionale, e forme di lavoro seguite da interventi formativi e di addestramento per un positivo reinserimento nei Paesi di origine.

Diritto: la norma costituzionale

L'art. 35 della Costituzione afferma che la Repubblica riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalle leggi nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero. Da ricordare inoltre il Testo Unico del 13 novembre 1919, n. 2205 sull'emigrazione e la tutela degli emigranti, i numerosi accordi bilaterali stipulati dal governo con molti Stati e l'istituzione del Consiglio generale degli italiani all'estero (CGIE). In particolare, al CGIE è affidato il compito di promuovere ed agevolare lo sviluppo delle condizioni di vita delle comunità italiane all'estero e dei loro singoli componenti, di rafforzare il collegamento di tali comunità con la vita politica, culturale, economica e sociale dell'Italia, di assicurare la più efficace tutela dei diritti degli italiani all'estero e di facilitarne il mantenimento dell'identità culturale e linguistica, l'integrazione nelle società di accoglimento e la partecipazione alla vita delle comunità locali, nonché di facilitare il coinvolgimento delle comunità italiane residenti nei Paesi in via di sviluppo nelle attività di cooperazione allo sviluppo e di collaborazione nello svolgimento delle iniziative commerciali aventi come parte principale l'Istituto nazionale per il commercio estero, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e le altre forme associative dell'imprenditoria italiana (legge 6 novembre 1989, n. 368 e decreto del Presidente della Repubblica 14 settembre 1998, n. 329). Il 6 marzo 1998 è entrata in vigore la legge n. 40 relativa alla disciplina dell'immigrazione e alle norme sulla condizione dello straniero, che prevede con i decreti annuali sui flussi di ingresso, all'articolo 19, l'assegnazione in via preferenziale di quote riservate agli Stati non appartenenti all'Unione Europea, con i quali siano stati conclusi appositi accordi. Le diverse norme in materia sono state poi raccolte nel testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.

Letteratura: gli scrittori sovietici dell'emigrazione

Il fenomeno dell'emigrazione russa tra gli anni Venti e Trenta, conseguente agli episodi rivoluzionari, determinò il formarsi di quella che può essere definita cultura russa dell'emigrazione, i cui esponenti principali sono scrittori di notevolissima statura, tra i più interessanti della letteratura russa del nostro secolo (A. Remizov, M. Cvetaeva, V. Nabokov, M. Aldanov, V. Chodasevic, A. Kuprin). L'emigrazione intellettuale russa che prese avvio verso la fine del 1919, quando ancora tuonavano i cannoni della rivoluzione, nutrì nel suo alveo personalità differenti e variegate: filosofi come A. Koyrè e A. Kojeve, romanzieri classici come A. Bunin e N. Berberova, poeti appartenenti a scuole diverse (B. Pasternak, V. Brodskij), scrittori di fantascienza come Aldanov, nonché sperimentalisti legati alle esperienze europee dell'avanguardia e del modernismo (V. Nabokov, V. Chodasevič). La caratteristica principale della letteratura dell'emigrazione fu il suo sviluppo autonomo rispetto a quella del Paese d'origine degli scrittori, ma anche la sua relativa indipendenza dalle tendenze letterarie prevalenti nei Paesi occidentali dove gli emigrati si stabilirono e lavorarono, spesso nei dipartimenti letterari delle università come insegnanti di letteratura e cultura russe. Si trattò più che di una barriera linguistica e culturale, di una scelta deliberata che affonda le sue radici nella condizione propria dell'esule lontano ed estraneo a se stesso in patria e all'estero, condannato a una irriducibile diversità. Diversi tra loro e ambedue grandissimi, ma ugualmente lontani dai due mondi che pure li nutrirono spiritualmente, sono i due più importanti scrittori emigrati, Nabokov e Brodskij, esuli per scelta e per vocazione, personaggi eccentrici e scandalosi, miti viventi della tragica vicenda della diaspora intellettuale. La cultura russa emigrata fu caratterizzata da una solidarietà e una unità di intenti e di ideali espresse attraverso una forte organizzazione culturale che si occupava della pubblicazione delle opere in lingua originale e in traduzione, della fondazione di centri culturali, librerie e biblioteche, destinati a salvare la memoria culturale dei Russi esuli soprattutto a Parigi e a New York, mete favorite dell'emigrazione intellettuale russa. A testimonianza di questa unità stanno le numerose riviste edite all'estero in quegli anni, come gli Annali Contemporanei, pubblicati a Parigi tra il 1920 e il 1940, Libertà della Russia, nata a Praga, e altre, diverse per ispirazione e contenuto, che espressero il meglio della cultura russa in esilio. Legata alle radici più autenticamente russe della cultura patria, la letteratura dell'emigrazione, orgogliosamente autonoma e aristocratica, si tenne lontana dagli eccessi: sia da quello dello slavofilismo estremista (eccezion fatta per A. Solženicyn), sia da quelli del modernismo e della cultura occidentale, spesso vissuta come una minaccia, fondamentalmente estranea alla spiritualità della cultura russa. Posizioni che hanno continuato, in clima di perestrojka e di apertura culturale, a caratterizzare gli scrittori e gli intellettuali russi stabilitisi definitivamente all'estero, e anche i rappresentanti della “nuova prosa” o “altra prosa” sovietica, finalmente “scongelati” in patria.

B. Thomas (a cura di), The Economics of International Migration, New York, 1958; G. Mortara, Economia della popolazione, Torino, 1960; N. Federici, Lezioni di demografia, Roma, 1965; P. Cresci, Il pane dalle sette croste, Lucca, 1987.