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encòmio

sm. [sec. XVI; dal greco enkomion]. Presso i Greci, canto corale durante una festa solenne (kómos) in onore di chi si era distinto negli agonali (come in Pindaro, i cui encomi equivalgono agli epinici) e in altre imprese; ma fu chiamato encomio anche il canto a solo, le cui singole parti venivano cantate a turno dai singoli convitati; in tale forma, gli encomi ebbero più tardi il nome di scolii: celebre quello ricordato da Aristotele (Rhetorica, 1, 9), composto in lode di Armodio e Aristogitone. Con il sorgere della prosa d'arte, l'encomio fu assunto nell'ambito dell'oratoria epidittica: il primo esempio dell'encomio oratorio in prosa fu fornito da Gorgia di Leontini, autore di encomi scherzosi su Elena e su Achille e di impegnati, come quello per gli Elei. Il modello dell'encomio in prosa fu poi perfezionato da Isocrate con l'Encomio funebre di Evagora e da Senofonte con il suo Agesilao. Le norme dell'encomio prosastico furono rigidamente codificate da Ermogene di Tarso (sec. II) e da Menandro (sec. III), avviando così la trasformazione dell'encomio in elogio: celebri, in particolare, gli encomi composti a scopo parodistico, dall'Encomio della mosca di Luciano all'Encomio della capigliatura di Dione di Prusa o all'Encomio della calvizie di Sinesio. § Il termine è entrato nel linguaggio comune con il significato di elogio, lode, espressi in forma pubblica o solenne: rivolgere, ricevere un encomio; in particolare, riconoscimento del valor militare: encomio semplice, dato verbalmente o per lettera; encomio solenne, pubblicato nell'ordine del giorno o nel bollettino militare.

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