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endecasìllabo

sm. [sec. XVI; dal greco endekasýllabos, di undici sillabe]. Verso formato da undici sillabe. La metrica greca e latina conosce un endecasillabo alcaico ( ), un endecasillabo saffico o saffico minore ( ) e un endecasillabo falecio ( ). Anche nella metrica italiana esiste l'endecasillabo, che è uno dei versi più congeniali alla poesia italiana di tutti i tempi. Riguardo alla disposizione degli accenti ritmici, i casi più frequenti sono: accenti ritmici sulla sesta e decima sillaba, accenti ritmici sulla quarta, ottava e decima sillaba, accenti ritmici sulla quarta, settima e decima sillaba. Il verso è poi diviso in due parti (emistichi) di diversa lunghezza, da una pausa o cesura, che nel primo caso cade dopo l'accento della sesta sillaba (“Nel mezzo del cammìn / di nostra vìta”, Dante), nel secondo e nel terzo caso dopo l'accento della quarta sillaba (“Noi fuggirém / l'imaginàta càccia”, Dante; “Come il tapìn / che non sà che si fàccia”, Dante). Gli endecasillabi non raggruppati in strofe né legati dalla rima si dicono sciolti (ne fece uso Leopardi). Molto spesso però sono raggruppati in strofe: di due versi a rima baciata (distico); di tre versi, di solito a rima incatenata (terzina, usata da Dante nella Divina Commedia); di quattro versi, per lo più a rima alternata o incrociata (quartina); di sei versi per lo più con i primi quattro a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata (sestina); di otto versi, i primi sei dei quali a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata (ottava, usata dall'Ariosto nell'Orlando furioso e dal Tasso nella Gerusalemme liberata); di nove versi che rimano secondo lo schema ABABABCCB (nona rima).

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