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ergoterapìa

sf. [sec. XIX; ergo-+terapia]. Particolare ginnastica fisica, detta anche terapia occupazionale, prescritta con la finalità di far compiere al paziente determinati movimenti con un interesse che, trascendendo quello puramente motorio, assuma il significato di un vero e proprio lavoro. L'ergoterapia ha quindi la finalità del ripristino funzionale, totale o parziale, di segmenti o di parti dell'apparato locomotore colpiti da atrofia, spasmi muscolari, paresi, paralisi, fratture, risvegliando nel soggetto il desiderio di un'occupazione e orientandolo in una scelta; ne consegue una certa riabilitazione sul piano fisico e soprattutto su quello psichico con la possibilità di inserimento nel contesto della società. § Lo stesso nome è dato alla terapia che si attua quando a un soggetto, afflitto da nevrosi da indennizzo oppure da nevrosi ipocondriaca o polarizzata verso determinati spunti fobici, si prescrive di riprendere la propria attività lavorativa allo scopo di stimolarne il reinserimento nella vita normale. L'ergoterapia viene applicata all'interno degli ospedali psichiatrici con pazienti psicotici. Al paziente vengono proposte diverse attività artigianali; il tipo di scelta e il modo in cui il lavoro viene svolto possono avere un significato sia diagnostico sia prognostico. Lo scopo principale sul piano terapeutico è quello di valorizzare le capacità residue del soggetto e di favorire l'apprendimento di nuove abilità, con conseguente aumento dell'autostima. Inoltre l'ergoterapia costringe a un rapporto con la realtà e con il gruppo, elemento di grande valore nel trattamento dei pazienti psicotici. Tuttavia, almeno in Italia già negli anni Settanta, l'ergoterapia è stata oggetto di molte polemiche in quanto accusata di favorire lo sfruttamento dei pazienti da parte degli ospedali psichiatrici, quindi, già prima della chiusura dei manicomi, in molti ospedali era passata in disuso.

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