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esistenzialismo

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Descrizione generale

sm. [sec. XX; da esistenziale]. Corrente filosofica sorta in Germania sulla scia di quella rinascita del pensiero di Kierkegaard che ebbe il suo miglior frutto nel commento di Karl Barth (1919) all'Epistola ai Romani di San Paolo. L'esistenzialismo prese il nome di Existenzphilosophie (filosofia dell'esistenza) nei suoi due fondatori tedeschi: Karl Jaspers e Martin Heidegger, i quali attinsero dal pensiero di Kierkegaard la rivalutazione del singolo gettato nella sua finitezza, abbandonato alla sua scelta, chiuso nella sua angoscia, prigioniero della sua colpa, di fronte all'ottimismo e al panlogismo della filosofia hegeliana. Attraverso Kierkegaard l'esistenzialismo si riconnette dunque con la dissoluzione dell'hegelismo, cioè con quel movimento che ha caratterizzato i decenni centrali del sec. XIX, e che ancora domina la scena filosofica con l'enorme diffusione del pensiero di Marx (il quale sia pure con esito diverso si alimenta a quella stessa fonte).

Gli esponenti del movimento

Alla stessa problematica della dissoluzione dell'hegelismo si ricollegano due altri pensatori di origine diversa, i quali, pur avendo incontrato Kierkegaard soltanto più tardi, meritano per quella derivazione comune il nome di esistenzialisti: il francese G. Marcel e il russo N. Berdjaev. Il primo prende le mosse da un ripensamento del neohegelismo anglo-americano di Bradley e di Royce; il secondo deriva da una forte esperienza marxistica; entrambi hanno alle origini del loro pensiero un'intensa meditazione su Schelling, la cui lotta contro Hegel, celebratasi a Berlino negli anni Quaranta del sec. XIX e in generale in tutto il pensiero ottocentesco russo (non ultimo Dostoevskij), appartiene con ogni evidenza alla dissoluzione dell'hegelismo. All'esistenzialismo si rifanno il francese J.-P. Sartre e l'italiano N. Abbagnano, anche se le fasi precedenti e successive del loro pensiero dimostrano che nel primo si tratta d'una forma di fenomenologia legata al pensiero di Marx e nel secondo d'una specie di pragmatismo sociologistico. Abbagnano, in particolare, partendo da una posizione esistenzialistica dell'uomo – legata cioè alla sua instabilità e alla sua problematicità – elabora una vera e propria filosofia dell'esistenza, che risolve il problema della trascendenza nell'ambito temporale della ricerca e, in generale, dell'agire umano. Proprio dalla consapevolezza della propria inquietudine e della propria incertezza egli riceve l'impulso a svolgere ogni attività, verso la ricerca e il sapere.

Le opere e i concetti fondamentali

Le opere principali dei veri e propri esistenzialisti si scandiscono nel giro di pochi anni: sono del 1927 Essere e tempo di Heidegger e il Diario metafisico di Marcel, del 1932 i tre volumi della Philosophie di Jaspers e del 1933 Spirito e libertà di Berdjaev. I concetti fondamentali dell'esistenzialismo si ritrovano nella costituzione di una filosofia della persona, che afferma, contro ogni sua possibile integrazione in una totalità onnicomprensiva, la persona umana come singola e irripetibile, unica e intera: vera realtà concreta, irriducibile sia alla mera “possibilità” sia alla pesante “necessità” d'un sistema logico o sociale, teocentrico o umanistico che sia, fino ad arrivare a una filosofia della libertà. L'esistenzialismo ha infatti della libertà un senso così acuto da sfiorare sia l'arbitrarismo, per il quale tutto dipende dalla scelta del singolo, sia il nichilismo, nel senso che la “vertigine della libertà”, esprimendosi nell'angoscia, rivela il “poter non essere”, il nulla su cui si ritaglia la concretezza stessa dell'uomo; ma a ben vedere il senso esistenzialistico della libertà, dando all'uomo la consapevolezza della propria finitezza, lo piega all'accettazione attiva di “quello che si è”, in una sorta di obbedienza creatrice del proprio compito personale e insostituibile. Si tratta infine di una filosofia in cui il rapporto con l'essere è inseparabile dal rapporto che la persona ha con se stessa, sì che viene oltrepassata per un verso ogni forma di umanismo – ignara della trascendenza e contenta del finito – e per l'altro verso ogni forma di oggettivismo, nel senso che l'essere è inoggettivabile, e l'uomo non può parlarne impersonalmente, né può metterlo in questione senza mettere in questione se stesso.

L. Pareyson, La filosofia dell'esistenza, Napoli, 1940; J. Wahl, Les philosophes de l'existence, Parigi, 1954; A. Santucci, Esistenzialismo e filosofia italiana, Bologna, 1959; W. Barret, What is Existentialism?, New York, 1965; P. Primi, Storia dell'esistenzialismo da Kierkegaard a oggi, Roma, 1989.