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estetismo

sm. [sec. XIX; da estetico]. Dottrina o atteggiamento che privilegia i valori estetici, subordinando a essi ogni altra attività dello spirito. L'estetismo è presente in ogni periodo, ma solo nell'età romantica, con Novalis e F. W. Schelling, entra in modo massiccio nella cultura, assegnando all'arte la funzione di manifestare l'Assoluto. Forme di estetismo dichiarato sono, nel tardo Ottocento, il “primitivismo” di D. G. Rossetti, il “culto della bellezza” di W. Pater, il moralismo estetico di J. Ruskin. Dal romanticismo deriva, come reazione interna, il parnassianesimo, che conferisce alla poesia la supremazia sulla vita: scrittori come Gautier e Banville rinunciano sempre più al contenuto e levigano la forma con dedizione esclusiva. Ma è con il decadentismo che trionfa l'estetismo, come identificazione di arte e vita: i maggiori esponenti sono, in Inghilterra, O. Wilde e A. Ch. Swinburne, che rinnegano genialmente il costume morale e letterario vittoriano; in Francia, J. K. Huysmans, che con il protagonista del suo romanzo À rebours crea il perfetto “esteta”; in Italia, infine, G. D'Annunzio, nella cui opera si congiungono i due aspetti dell'estetismo, quello che, per difetto, considera la poesia avulsa dalla storia e chiusa in un'amoralità assoluta e quello che, per eccesso, confonde la poesia con la vita, fino a sovrapporsi a essa nel mito del “vivere inimitabile”.

C. Ferretti, L'estetismo, Palermo, 1940; U. Spirito, La vita come arte, Firenze, 1948; F. Battaglia, L'estetismo, in L'eresia del secolo, Assisi, 1954; B. Lopere, L'estetismo nella letteratura italiana del Novecento, Milano, 1977.