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eterìa

sf. [sec. XIX; dal greco hetairía]. Nome con cui nell'antica Grecia venivano designate le associazioni di hetâiroi (amici) sorte originariamente per la mutua assistenza funeraria e nei tribunali. In seguito esse apparvero, almeno in Atene, come associazioni politiche segrete a carattere oligarchico e intese a esercitare l'opposizione al potere. Esse ebbero parte notevole nell'instaurazione del consiglio dei Quattrocento in Atene (411 a. C.) e più tardi nella formazione del governo dei Trenta dopo la presa della città da parte di Lisandro (404-403 a. C.). Diverso carattere ebbero le eterie a Creta, dove erano riconosciute dallo Stato e costituivano una particolare divisione della cittadinanza. § Alla fine del sec. XVIII furono nuovamente organizzate eterie con fini essenzialmente culturali e politici. Base comune di queste organizzazioni, che sorsero quasi sempre fuori dai confini dell'Impero ottomano (per esempio Vienna), era l'impegno per la difesa della lingua greca e per ottenere l'indipendenza dei territori costituenti l'antica Grecia e soggetti alla dominazione turca. Falliti tutti gli esperimenti, sorse la Filikì Eterìa, società segreta greca fondata da N. Skufàs, A. Tsakalof ed E. Xanthos a Odessa nel 1816, al fine di preparare l'insurrezione armata e la liberazione della nazione greca. Inizialmente operò solo in Russia e negli Stati danubiani, ma dal 1818 si diffuse anche in Grecia. Al momento dell'insurrezione (1821) ne era capo Alessandro Ipsilanti.