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etnografìa

sf. [sec. XIX; etno-+-grafia]. Branca dell'etnologia che raccoglie dati culturali dei vari popoli e gruppi etnici, li correla fra loro, li descrive e ne dà una forma logica. L'idea che l'etnografìa fosse una scienza semplicemente descrittiva è stata smentita via via che si è sviluppata la disciplina antropologica e si sono intensificate le ricerche sul campo e i contatti degli studiosi con le popolazioni che intendevano studiare. In particolare, negli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta, alcuni studiosi hanno iniziato a riflettere sulle loro esperienze di ricerca sul terreno, mettendo in evidenza alcuni aspetti della disciplina etnografica che contrastavano in modo notevole con una idea di etnografìa marginale e ausiliaria rispetto ai grandi compiti di sintesi teorica dell'antropologia. Il punto di partenza per quella che sarebbe divenuta una serrata revisione critica delle procedure alla base della costruzione del sapere antropologico a cominciare proprio dalla sua fase iniziale, fu la pubblicazione dei diari di campo dell'etnografo-antropologo Bronislaw Malinowski. Nei diari appariva una diversa immagine dell'etnografo e, di conseguenza, dello studio etnografico, certamente molto più complessa di quanto non trasparisse dai manuali e dalle concezioni accademiche e ufficiali della disciplina. L'etnografo, immerso in una situazione che gli era estranea e poco familiare, era alle prese con notevoli difficoltà nel tentativo di capire gli uomini con i quali era a contatto, difficoltà che si traducevano a livello teorico in problemi di comprensione, interpretazione, descrizione e spiegazione. Di conseguenza, l'etnografìa ha acquisito un rilievo epistemologico sempre maggiore nel quadro delle operazioni conoscitive dell'antropologia culturale, finendo per essere considerata un aspetto cruciale di una ricerca di antropologia.

Nell'ambito degli studi di antropologia linguistica, nasceva negli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta, un nuovo indirizzo di ricerca, chiamato etnografìa del parlato e della comunicazione. Il principale esponente dell'etnografìa del parlato è l'antropologo e linguista D. Hymes. L'etnografìa del parlato si caratterizza per una concezione dell'analisi linguistica intesa come studio della concreta interazione verbale in contesti culturali specifici, mirante a mettere in luce le norme e le modalità linguistiche attraverso le quali, di volta in volta, i parlanti riaffermano il loro ruolo sociale e, complessivamente, ristabiliscono l'ordine sociale. Da questo punto di vista esistono senza dubbio forti connessioni fra questo indirizzo di ricerca e le nuove istanze teoriche dell'etnometodologia. La differenza principale sta nell'interesse primario per le forme della comunicazione, verbale e non verbale, posto dagli etnografi del parlato, interesse che invece per gli etnometodologi è rivolto all'ordinamento e all'organizzazione dell'azione sociale nel suo insieme. L'etnografìa del parlato si avvale delle metodologie, delle tecniche e dei materiali di indagine propri dell'etnografìa e attraverso questi cerca di delineare le coordinate entro cui hanno luogo i processi di interazione comunicativa nelle comunità linguistiche oggetto di analisi. Per questa via emergono aspetti importanti della comunicazione, altrimenti tralasciati dalla etnografìa classica come anche dalla linguistica classica, quali il ruolo del contesto extralinguistico, la complessità del ruolo giocato da elementi non verbali, l'uso di registri e varietà linguistiche diverse come riflesso di differenze di status sociale tra gli individui coinvolti in una situazione comunicativa. Una nozione centrale nelle analisi degli etnografi del parlato è quella di evento linguistico, una situazione comunicativa delimitata e definita da specifiche caratteristiche (per esempio, una conversazione telefonica), secondo il principio che la comprensione del contenuto di un processo di comunicazione implica la comprensione dell'attività sociale in cui questo è inserito.