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fèci

sf. pl. [sec. XVIII; dal latino faeces, pl. di faex faecis, residuo, deposito]. Materiale eliminato dall'organismo attraverso il retto e l'orifizio anale, costituito da residui alimentari, fibre vegetali, cellule di sfaldamento, batteri e acqua. In condizioni normali la quantità giornaliera di feci può variare, secondo la dieta, da 200 a 500 g; il colore è bruno per la presenza di stercobilina, più scuro nel regime carneo povero di detriti oppure se esposte all'aria (per ossidazione dello stercobilinogeno in stercobilina); più chiaro nel regime vegetale ricco di detriti: giallo oro nei lattanti, verde da clorofilla (spinaci) o da biliverdina (feci alterate di lattante); nerastre per succhi vegetali (mirtilli), carbone, ferro, ecc. In condizioni patologiche, sono nere per la presenza di ematina (emorragie gastriche e intestinali superficiali), grigio-chiare per i grassi neutri e saponi alcalini non assorbiti o per ittero da insufficienza biliare, bruno-rossastre per la presenza di ematossina. L'odore delle feci è dovuto ai processi di putrefazione che avvengono normalmente e portano alla produzione di scatolo. La reazione è neutra; acida in caso di dieta vegetale o grassa; alcalina se carnea. Le feci, normalmente consistenti, si presentano fluide fino a liquide nel corso di affezioni intestinali. L'esame macroscopico (aspetto, colore, odore), l'indagine chimica e biochimica (qualitativa e quantitativa) e il controllo microscopico delle feci sono talvolta di fondamentale importanza per l'orientamento diagnostico.