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féde

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Lessico

sf. [sec. XIII; latino fides-ĕi].

1) Credenza che si fonda non sull'evidenza o sulla conoscenza razionale, ma sull'autorità altrui o su una convinzione intima; piena adesione dell'animo a una verità, a un ideale: dimostrare una fede incrollabile; aver fede nel progresso. In particolare, fiducia che si ripone in qualcuno o in qualche cosa: approfittare della fede altrui; prestare fede a qualcuno;fede pubblica, la fiducia che la collettività attribuisce alle istituzioni della società. In particolare, in diritto, vengono definiti reati contro la fede pubblica un gruppo di delitti riguardanti varie ipotesi di falsificazione di monete, carte valori, sigilli, segni di riconoscimento e atti pubblici e privati. Uomo di poca fede, persona scettica, che non si fida; in particolare, chi non ha fiducia in Dio; in fede, in fede mia, loc. usate per sostenere la verità e la sincerità di quanto si afferma; buona fede, convinzione di agire rettamente, di essere nel giusto; fiducia nell'onestà altrui; mala fede, atteggiamento di chi tende a ingannare gli altri. Per estensione, l'insieme delle proprie credenze, delle proprie convinzioni; il complesso dei principi, degli ideali in cui si crede: la fede politica.

2) Convinzione religiosa, l'insieme delle credenze di una religione; atto di fede, testimonianza di un sentimento etico-religioso; in particolare, la religione cristiana: perdere, ritrovare la fede; i conforti della fede, i sacramenti, e specialmente l'assistenza religiosa che viene prestata ai moribondi; articolo di fede.

3) Fedeltà alla parola data, osservanza di una promessa; la promessa stessa: mantenere, tradire la fede; tener fede ai patti;fede greca, punica, quella dei traditori. In particolare, fedeltà al legame amoroso, coniugale. Per estensione, l'anello matrimoniale che gli sposi si scambiano al momento delle nozze come pegno di fedeltà.

4) Attestazione, testimonianza: sulla fede di, sull'autorità di, stando a quanto qualcuno afferma; far fede a o di una cosa, attestarla, confermarla, offrirne una prova sicura; in fede, formula con cui si conferma una dichiarazione e che di solito precede la firma. Per estensione, ciò che attesta qualche cosa, certificato: fede di battesimo;fede di deposito, di credito.

5) In araldica, la figura costituita da due mani che si stringono.

Religione: generalità

Nella storia delle religioni, genere particolare di credenza religiosa che differisce da altri modi di credere per un implicito concetto di “scelta”. Mentre le altre credenze religiose si pongono senza alternative, la fede presuppone alternative tra cui si deve scegliere ciò che si crede. Il primo tipo di credenza è proprio delle religioni etniche; il secondo delle religioni rivelate (cristianesimo, islamismo, buddhismo), il cui fine è la salvezza dell'uomo in assoluto e non dell'uomo quale membro di un determinato ethnos, o popolo, tribù, ecc. È in fondo proprio questo distacco dall'ethnos, questa prospettiva di una nuova realtà opponibile alla vecchia realtà etnica, che pone l'alternativa e quindi la scelta fideistica. Elemento distintivo delle religioni fideistiche è la specifica professione di fede.

Religione: cristianesimo

Nell'Antico Testamento la fede (ebraico munāh) è l'adesione d'Israele a Dio come garanzia di sicurezza, come punto di riferimento incrollabile. Tale adesione si articola in un triplice movimento, scandito sulle dimensioni temporali: nel passato, Israele riconosce di dovere a Yahwèh (al suo intervento liberatore che lo ha sottratto alla dominazione egiziana) la sua stessa vita, e tesse su questo riconoscimento l'originaria confessione di fede (Deuteronomio 26, 5-9; 6, 20-24); nel presente, Israele sa che il patto d'alleanza che lo lega a Yahwèh fa di questi il signore esclusivo dell'esistenza; nel futuro, il popolo può contare sulle promesse e sulla fedeltà del suo signore, che le vicende avverse (soprattutto l'esilio a Babilonia) non smentiscono ma rilanciano con nuova forza. Nel Nuovo Testamento la fede biblica subisce una concentrazione cristologica; la confessione fondamentale diventa: “Gesù è il Signore” (San Paolo, Epistola I, Corinti 12, 3; Filippesi 2, 11); perché nella sua morte e risurrezione Gesù Cristo compie l'intervento definitivo e universale di liberazione. I vangeli sinottici vedono parzialmente anticipato questo intervento nei miracoli di Gesù, a cui si rivolge la fede dei contemporanei. Per Paolo di Tarso tutto si condensa nell'unico miracolo della risurrezione, dove la potenza amorosa di Dio abbatte le potenze del male (peccato, legge, morte); fede è allora la fiducia totale nell'azione divina che salva, al di fuori della vana presunzione nei propri meriti e della disperata coscienza della propria incapacità. In Giovanni Evangelista credere è consegnarsi al Cristo, affidarsi alla sua parola che rivela agli uomini la verità di Dio come misura dell'uomo. Nei primi secoli del cristianesimo, la concezione biblica della fede viene semplificata, con la forte accentuazione degli elementi intellettuali, dottrinali. Questo, sia per garantire un'unità di pensiero (entro e tra le comunità) attraverso il consenso a formule oggettive non equivocabili (le “regole di fede”), sia perché l'ambiente culturale ellenistico identifica nella conoscenza (dalla filosofia alla mistica) la regione privilegiata della salvezza. Sant'Agostino, forte di un'esperienza personale intensa e versatile, ritrova una più ampia trama della teologia della fede (circolarità tra fede e intelligenza, tra intelligenza e amore) e insieme, polemizzando con Pelagio e i semipelagiani, sottolinea la gratuità dell'illuminazione e mozione di fede “inizio di salvezza”. La Scolastica s'interessa al processo dell'atto di fede nella psicologia umana, cercando soprattutto d'individuare il rapporto tra fede e ragione, fede e volontà. I temi della conoscenza immediata (mutuata da Aristotele) vengono così a prevalere sulla considerazione del significato soteriologico. Quest'ultimo resta tuttavia vivacemente presente nella scuola francescana. Sintesi dei due può considerarsi la teologia tomista della fede come “inizio della vita gloriosa”, e dell'istinto della fede come sollecitazione soprannaturale del bisogno umano di salvezza. Contro il prolungato sforzo medievale di comporre umano e divino, categorie aristoteliche e rivelazione biblica, reagisce Lutero: non potenziamento e perfezionamento delle capacità dell'uomo è la fede, ma ricorso (fiducia) dell'impotenza dell'uomo, peccatore, alla misericordia di Dio, che ne vince la pur giusta “collera”. Di fronte al razionalismo, nel Settecento e nell'Ottocento, la teologia si difende accettandone le istanze ed elaborando un itinerario razionale propedeutico (praeambula fidei), o collocando l'atto di fede in quella zona della coscienza (sentimento, intuizione) dove la ragione non può far valere le sue tesi. Il Concilio Vaticano I tiene insieme assertivamente, senza cercarne una composizione speculativa, la razionalità dell'atto di fede (basata sui “segni” di credibilità) e la sua soprannaturalità, con il risvolto antropologico della libertà. Il sec. XX assiste ancora una volta al recupero delle dimensioni esistenziali dell'atto di fede: nella teologia cattolica, sotto l'influsso della riflessione di M. Blondel e della fenomenologia (M. Scheler, G. Marcel); nella teologia protestante, per la presenza del personalismo di F. Ebner e della teologia dialettica (soprattutto E. Brunner e F. Gogarten).