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favismo

sm. [sec. XIX; da fava]. Malattia congenita del sangue che colpisce soggetti i cui globuli rossi sono carenti dell'enzima glucosio-6-fosfato-deidrogenasi, la cui presenza è essenziale per la vitalità degli eritrociti e, in particolare, per i processi ossido-riduttivi che in essi si svolgono. Il favismo è caratterizzato da gravi crisi emolitiche con febbre, emoglobinuria, ittero, anemia, che si manifestano in seguito a ingestione di fave, di piselli, di Verbena hybrida e di varie droghe vegetali. Crisi emolitiche sono pure scatenate dalla somministrazione di svariati farmaci, quali primachina, sulfamidici, salicilici, chinidina, menadione ecc. È stato anche accertato che tali farmaci, come pure alcune sostanze contenute nelle fave e negli altri vegetali succitati, inibiscono l'attività della glucosio-6-fosfato-deidrogenasi eritrocitaria, impoverendo ulteriormente i globuli rossi che sono già carenti dell'enzima. Il favismo è un'anomalia ereditaria trasmessa da un gene situato sul cromosoma sessuale X. È diffuso soprattutto in Africa (nei Bantu raggiunge una frequenza del 20%) ma si riscontra spesso anche nelle popolazioni dell'Asia meridionale e del bacino mediterraneo, dove in alcune zone (Grecia, Sardegna) raggiunge una frequenza variabile dal 4 al 30%. Tali altissime frequenze dipendono dal fatto che la malattia, come altri difetti ereditari di proteine intraeritrocitiche, conferisce una parziale resistenza all'infezione malarica, risultando in definitiva un vantaggio selettivo per l'individuo eterozigote che viva in un'area di endemia malarica.

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