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fiammìfero

sm. [sec. XIV; dal latino flammífer, portatore di fiamma].

1) Asticciola di 3-5 cm di lunghezza, in legno, cartone o carta impregnata di paraffina, recante a un'estremità una capocchia infiammabile per sfregamento, generalmente usata per produrre fuoco: una scatola di fiammiferi; fig.: accendersi come un fiammifero, di persona molto suscettibile.

2) Ant. e lett., agg., che dà il fuoco, che porta la fiamma: “Molti alberi dalle fiammiferi folgori di Giove percossi” (Boccaccio). § I fiammiferi possono essere a capocchia fosforica (come i fiammiferi comuni o da cucina), nel qual caso la loro accensione avviene per sfregamento su una qualsiasi superficie ruvida, e a capocchia non fosforica che necessitano, per la loro accensione, dello sfregamento su una superficie spalmata di una miscela fosforica (fiammifero amorfo o di sicurezza). Nel primo caso i componenti la capocchia sono sostanze ossidanti quali il sesquisolfuro di fosforo (che li rende velenosi), il clorato di potassio, il cromato o bicromato di potassio, l'ossido di manganese, più sostanze inerti quali la polvere di vetro o la farina fossile e sostanze agglutinanti come le colle. Nel secondo caso manca il sesquisolfuro ma si aggiungono sostanze combustibili quali zolfo o resine. La fabbricazione dei fiammiferi avviene per mezzo di apparecchiature continue che comprendono taglierine per la formazione delle astine, incapocchiatrici per l'applicazione delle sostanze suddette e inscatolatrici per la confezione. § Imposta di fabbricazione sui fiammiferi, imposta istituita con R.D. 11 marzo 1923, n. 560 che ha nel contempo abolito il precedente monopolio dei fiammiferi. Dalla stessa legge (art. 3) è stato pure istituito un consorzio fra alcune fabbriche produttrici di fiammiferi, cui è affidata la fabbricazione e vendita dei fiammiferi stessi. L'imposta viene riscossa mediante l'apposizione sulla scatola di una marca-contrassegno governativa.

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