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filosofìa analìtica

movimento filosofico contemporaneo che ha avuto il suo maggior sviluppo in Gran Bretagna, soprattutto dopo la II guerra mondiale. Esso trova i suoi archetipi da una parte in G. Frege, nel Circolo di Vienna, H. Reichenbach e R. Carnap in particolare, e in L. Wittgenstein; dall'altra in G. E. Moore e in B. Russell. Caratteri peculiari del movimento sono: il rifiuto di una concezione sistematica della filosofia e il linguaggio come centro delle indagini. Presupposto di base è il ruolo fondamentale del linguaggio in tutti i processi conoscitivi. Esso non viene inteso unicamente nel suo senso generale astratto, ma anche nella sua funzione quotidiana e in particolare negli specifici usi linguistici che generano problemi filosofici. La ricerca linguistica viene qui intesa come un requisito fondamentale per ogni indagine filosofica, una sorta di equivalente filosofico del metodo sperimentale. Questo anche al fine di evitare ogni possibile confusione linguistica, concettuale e ogni possibile pseudo-problema. Centrali sono allora le ricerche semantiche in logica, filosofia, sociologia e nelle scienze. Differenti sono gli approcci. Vi è chi ricerca, soprattutto attraverso esemplificazioni, di analizzare gli usi linguistici relativi a fatti quotidiani e comuni (G. Ryle e J. Austin) in quella che è detta “fenomenologia linguistica”, e chi cerca di definire esattamente le nozioni fondamentali delle scienze e della filosofia anche attraverso linguaggi formalizzati, richiamandosi all'ultimo Carnap, come per esempio P. F. Strawson. Indagini analitiche sono state estese all'estetica (R. W. Hepburn), alla teologia (F. P. Ramsey, Hepburn, A. Kenny), all'etica (R. M. Hare, A. C. Montefiore), alla filosofia politica (T. D. Weldom, R. A. Wollheim).

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