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giàmbico

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Lessico

agg. (pl. m. -ci) [sec. XVI; da giambo].

1) Formato di giambi: trimetro giambico; verso giambico; abbreviazione giambica (o correptio iambica).

2) Che ha carattere di invettiva, di intonazione satirica: spirito giambico; poesia giambica, genere che gli antichi, prescindendo dal metro, elessero come tipico dell'invettiva.

Letteratura

Inventore della poesia giambica è ritenuto Archiloco di Paro e maggiore esponente Ipponatte di Efeso, i cui giambi sono improntati a un crudo realismo. Dopo aver fatto la sua ricomparsa nella commedia attica antica, la poesia giambica cede all'epigramma la sua virulenza, trasformandosi in semplice parodia. Anche presso i Romani (Ennio, Accio, Varrone) prevalse sulla veemenza giambica la satira garbata, a eccezione di Nevio, che subì la prigione per il tono aggressivo del suo teatro. All'antico spirito si torna con Lucilio e poi con Catullo; Orazio usa il giambo in tutta la ricchezza delle forme metriche; Marziale si può considerare l'epigono del genere. All'antica poesia giambica si ispirano, in tempi moderni, gli Iambes di A. Chénier e i Giambi ed Epodi di G. Carducci.

Metrica

Nella metrica classica i versi giambici si misurano solitamente in base ai metri che li compongono; ogni metro giambico è costituito da una dipodia, cioè da due giambi. I versi giambici di un solo metro si dicono monometri (◡ ` ◡ _) e sono estremamente rari; quelli costituiti da due metri si dicono dimetri e presentano la possibilità di sostituire al giambo altri piedi, soprattutto lo spondeo nelle sedi dispari (l'ultima sillaba è normalmente ancipite). Il verso giambico più importante è quello formato da tre metri, detto perciò trimetro, usato dai poeti sia nella sua forma pura (“Phăsḗlŭs īllĕ quḗm vídētís, hṓspítēs”, Catullo, Quel vascello che vedete, ospiti), sia con la sostituzione della sillaba lunga con due brevi e anche della sillaba breve con una lunga. Si dice ipponatteo (dal nome del poeta greco Ipponatte) o coliambo o scazonte il trimetro giambico che all'ultimo piede ha uno spondeo invece di un giambo. Il trimetro giambico in unione con un dimetro giambico forma il sistema metrico detto epodo, alternato con un esametro dattilico forma il sistema piziambico secondo, alternato con un elegiambo forma uno dei sistemi archilochei. Il trimetro giambico catalettico, mancante cioè dell'ultima sillaba, in unione con un dimetro trocaico catalettico forma il sistema metrico ipponatteo, e con un archilocheo maggiore forma uno dei sistemi metrici archilochei. Di uso piuttosto raro sono i versi giambici di quattro metri, detti tetrametri. Carducci nelle Odi barbare cercò di riprodurre i versi giambici rendendo il trimetro giambico con un endecasillabo sdrucciolo e il dimetro giambico con un settenario sdrucciolo, componendoli in tre sistemi strofici: il primo è formato da due endecasillabi sdruccioli che si alternano con due settenari sdruccioli, il secondo è formato da quattro endecasillabi sdruccioli, il terzo da cinque endecasillabi sdruccioli.