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giustificazióne

sf. [sec. XIV; da giustificare].

1) Atto ed effetto del giustificare, del giustificarsi; per estensione, discolpa, scusa: “Non una parola di giustificazione pel dolore atroce che pur doveva leggere nei lineamenti di suo marito!” (Verga). In particolare, prova o scritto con cui si intende giustificarsi, render ragione di un atto: scrivere una lettera di giustificazione.

2) In filosofia, somma di argomenti che attestano la validità di un concetto o di un procedimento, formale o empirico, relativamente a un determinato ambito logico o a un determinato contesto di ricerca. Nel primo caso la giustificazione dimostra la coerenza del concetto con il sistema formale; nel secondo mostra che il concetto è definibile mediante concetti o procedimenti controllabili, in via teorica o sperimentale.

3) In teologia, concetto che esprime la posizione dell'uomo in rapporto a Dio, fondata dal sacrificio di Gesù Cristo: se, in quanto tale, l'uomo è soggetto al peccato, Dio lo “giustifica”, cioè lo considera giusto, dal momento in cui Cristo espia il peccato in rappresentanza dell'uomo, con la propria morte sulla croce. Tale giustificazione è quindi dovuta interamente a un atto di Dio: a questo proposito si sviluppa nella teologia di San Paolo l'opposizione tra la sola fede e le “opere della Legge”, cioè l'iniziativa umana incapace di realizzare una giustificazione dell'uomo. Con riferimento alla teologia di San Paolo e al pensiero di Agostino, la Riforma luterana ha posto a fondamento delle proprie posizioni il concetto della giustificazione per sola grazia, mediante la fede.

4) In tipografia, variazione della spaziatura fra le parole di una linea di composizione per portarla alla giustezza esatta prestabilita.

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