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graffitismo

sm. [ sec. XX; da graffito]. Tendenza artistica volta ad adottare i modi dell'arte del graffito. Fenomeno statunitense noto anche come Graffiti Art, sviluppatosi negli anni tra il 1975 e il 1980 e caratterizzato da scritte e figurazioni eseguite in prevalenza con vernice a spruzzo, inizialmente sulle pareti e sui convogli della metropolitana newyorkese, poi su muri e pannelli. Questa nuova forma espressiva, già segnalata a partire dal 1974 da N.Mailer in The Faith of Graffiti, e fatta conoscere in Italia dalla critica F. Alinovi, è stata accolta in un secondo tempo da gallerie d'avanguardia ed è entrata a far parte del grande mercato artistico internazionale. Il moderno graffitismo può inserirsi tra quelle tendenze dell'arte del sec. XX che hanno dialogato con il graffitismo preistorico, l'arte “primitiva” e il disegno infantile, espressioni queste accumunate dal ripudio della prospettiva e della profondità. Esso ha proliferato nei sotterranei, nei vagoni della metropolitana, nelle stazioni e in tutti i non-luoghi neutri, asettici, esposti all'aggressione cromatica e iconica dei manifesti pubblicitari. Con il tempo il mezzo “pittorico” del graffitismo si è evoluto, ponendosi allo stesso livello di sofisticatezza dei supporti scelti, valendosi di vernici industriali dai solventi elaborati e dai fissanti efficaci, racchiuse in bombolette in grado di fornire una emissione del colore tale da tale da facilitare e valorizzare il segno dell'artista. Due sono sostanzialmente i gruppi che hanno dato vita al graffitismo. Il primo è costituito da rappresentanti anonimi, ma con precise cognizioni tecniche, esecutori di una forma d'arte collettiva, che non hanno potuto e voluto ambire a riconoscimenti personalizzati. Il secondo, costituito da “artisti colti” che sono riusciti a definire un proprio stile personale e riconoscibile pur sullo sfondo di caratteristiche assai diffuse e che è comunque emerso da questa collettività. Se i primi hanno preferito rinunciare al proprio nome per assumerne altri simili a bandiere di combattimento: A-One, C-One, Toxic-One, Craze, Crash, riconoscendo come “capo” l'artista di origine italiana che ha assunto il nome di Rammelzee, tra i secondi spicca K. Haring (1958-1990), che con molti dei graffitisti americani animò la scena artistica italiana con la mostra "Arte di frontiera" ospitata dalla Galleria d'arte moderna di Bologna e poi in altre sedi tra cui il Palazzo dell'Esposizioni di Roma dove Haring tracciò i suoi calligrammi sullo zoccolo del palazzo romano a fianco della scalinata d'accesso. Vicino a lui J. Holzer che si è poi affermata con lo sfruttamento di cascate di frasi affidate ai prodigi delle lampade elettriche computerizzate, K. Scharf immerso a “gonfiare” personaggi presi dal mondo dei fumetti come R. Cutrone che rielabora le citazioni fumettistiche nelle tele, nei tazebao, con una sorta di collage. Ritorna invece la preziosità di un tracciato esile, esitante, volutamente impreciso, condotto “a mano” nei casi di J. Brown e D. Baechler che singolarizzano ogni immagine, stampandola con tutta evidenza su uno sfondo mantenuto leggero e scarico proprio per non essere di ostacolo alla sua emersione. Ma il protagonista più degno di reggere il confronto con Haring è senza dubbio J. M. Basquiat. Legato alla minoranza haitiana Basquiat ha amato tracciare immagini corpose ed evidenti, con segno barbarico e regressivo; immagini, frasi, battute, parole scurrili, che dominano lo sfondo staccandosi da esso con autorevolezza, graffite, all'insegna della velocità.