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iatrògeno

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Definizione

agg. [iatro-+-geno]. Determinato da una terapia: malattia , il complesso degli effetti collaterali e indesiderati delle terapie farmacologiche, chirurgiche e fisiche. In particolare, in psicologia, detto di disturbi funzionali, senza una base organica, che insorgono in un paziente a seguito della diagnosi di un medico. Per esempio, un paziente a cui venga diagnosticata una cardiopatia può accusare dispnea, cardiopalmo, ecc., anche se la diagnosi è errata, o se comunque il disturbo organico non è tale da giustificare tali sintomi.

Medicina

Soprattutto le malattie iatrogene da farmaci costituiscono un problema di crescente gravità allo studio delle organizzazioni sanitarie internazionali per stabilirne le dimensioni epidemiologiche e le possibilità di profilassi. Secondo i ricercatori, solo il 30% di esse è connesso con il “rischio terapeutico accettato” o con una “risposta imprevedibile” del malato alla terapia, mentre nel 70% dei casi si tratterebbe di un danno prevedibile ed evitabile. L'aumento delle malattie iatrogene è imputabile al concorso di vari fattori: l'introduzione in terapia di farmaci sempre più attivi e più potenti; l'aumentato consumo di farmaci; la vendita di determinati farmaci senza prescrizione medica; la propaganda all'auto-medicazione con farmaci potenzialmente pericolosi, come antipiretici, analgesici, psicofarmaci ecc. I fattori che possono provocare una malattia iatrogena da farmaci possono essere: A) Errori di posologia: in questo caso si osservano comunemente i disturbi del ritmo, il collasso da farmaci antipertensivi, le emorragie da anticoagulanti, la sonnolenza da sedativi ecc. B) Insufficiente controllo del paziente nel corso della terapia: un farmaco somministrato per lungo tempo può provocare danni più o meno gravi, anche se per un certo periodo di tempo è risultato del tutto innocuo. Solo tenendo presente tale possibilità e controllando periodicamente il malato, il medico potrà interrompere tempestivamente la terapia, prima che gli effetti cronici del farmaco si siano prodotti in misura conclamata (per esempio l'iperplasia delle gengive conseguente all'uso prolungato di antiepilettici idantoinici). D'altra parte, l'attività dei farmaci non sempre si mantiene uguale nel corso del tempo; essa può variare in quanto aumenta il metabolismo del farmaco (vedi induzione enzimatica), oppure perché il paziente assume altri farmaci che interferiscono con il primo. Peraltro, a pari attività del farmaco, possono invece modificarsi le richieste metaboliche del paziente, come avviene qualora un paziente in terapia antidiabetica riduca marcatamente la propria alimentazione. C) Eccessiva fiducia nei nuovi farmaci: non di rado l'esperienza clinica fornisce, specie a lungo termine, dati contrastanti con i rilievi effettuati nel corso della sperimentazione, mettendo in evidenza la pericolosità di medicamenti ritenuti in origine poco tossici. D) Reazioni di ipersensibilità: si tratta di reazioni non prevedibili, sebbene esse siano più frequenti per certi farmaci e in determinati soggetti (vedi idiosincrasia e allergia). E) Necessità assoluta di condurre una certa terapia: si possono portare come esempi le conseguenze dannose sul sangue e sul tratto gastroenterico dei farmaci antineoplastici e gli ipercorticosurrenalismi iatrogeni da cortisonici somministrati nella terpia cronica di varie malattie. F) Interferenze negative tra più farmaci: dall'uso combinato di due o più medicamenti possono aversi fenomeni di sinergismo, di antagonismo, di attivazione e di inibizione metabolica, modificazioni dell'assorbimento intestinale, spostamento dai legami con le proteine plasmatiche. Tali fenomeni si possono avere anche nelle associazioni preparate dall'industria farmaceutica sotto forma di specialità, e nei cocktails di farmaci che troppo sovente vengono disciolti al momento dell'uso nello stesso solvente e iniettati mediante infusione endovenosa. G) Intempestiva sospensione del trattamento: una terapia sospesa in modo brusco può provocare lo scompenso di equilibri biologici che si sono stabiliti nel corso di un trattamento protratto; così, per esempio, si possono avere gravi episodi di insufficienza surrenalica in seguito alla brusca sospensione della terapia con glicocorticoidi o incidenti trombo-embolici per sospensione del trattamento anticoagulante con eparina. Infine, alcuni farmaci possono anche modificare il quadro clinico e i dati di laboratorio determinando errori diagnostici e inducendo il medico a direttive terapeutiche inappropriate. La diagnosi delle malattie da farmaci è ostacolata dal fatto che spesso i sintomi si sovrappongono a quelli della malattia originaria. Ai fini diagnostici hanno preminente importanza i criteri anamnestici e il criterio ex adiuvantibus, cioè la verifica della scomparsa dei sintomi dopo la sospensione del trattamento. Per alcuni medicamenti si possono effettuare prove di sensibilità specifica, utili soprattutto nell'ambito delle manifestazioni allergiche.