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Lessico

sf. [sec. XIII; f. di impreso, pp. di imprendere].

1) Progetto, proposito che ci si accinge a realizzare o che si sta realizzando: “com'è grande la mia impresa in questa canzone” (Dante). Più comune, azione di ampia portata, che richiede impegno, che presenta difficoltà, rischi: fallire nell'impresa.

2) In particolare, usato specialmente al pl., azioni militari, avventure guerresche: le imprese di Alessandro Magno. Fig.: è un'impresa, per indicare un'azione che si preannuncia difficile, rischiosa: sarà un'impresa convincerlo.

3) Organismo economico volto alla produzione di beni e servizi e tendente a raggiungere il massimo profitto possibile compatibilmente con la necessità della continuazione nel tempo della vita dell'organismo stesso.

4) In araldica, l'impresa è una divisa o stemma composto da una figura (corpo dell'impresa) accompagnata da una frase allegorica (anima dell'impresa). Rappresentazione simbolica di un'azione che si intende svolgere, o di una linea di condotta che si intende seguire, per mezzo di una figura o di un motto. Usata per lo più nei blasoni delle famiglie nobili, veniva riprodotta in pietra o in altro materiale, soprattutto stoffa (insegne, gonfaloni, gualdrappe). Di origine greco-romana, l'impresa ebbe grande diffusione nel mondo cavalleresco francese tardomedievale e da qui, attraverso le campagne italiane di Carlo VIII e Luigi XII, passò in Italia.Fiorì allora una vera e propria letteratura dell'impresa (che si confonde spesso con quella dell'emblema), le cui regole furono codificate dal Dialogo delle imprese militari e amorose di Paolo Giovio (1555). Il genere, che ebbe la sua massima fortuna nell'età barocca, si estinse nel sec. XVIII.

5) Nel Medioevo, oggetto personale donato da una donna a un cavaliere perché ne difendesse l'onore agendo valorosamente.

Economia

Come organismo economico, l'impresa viene considerata privata, se appartiene (o è controllata) da soggetti privati; pubblica, se di proprietà o sotto il controllo di soggetti pubblici. Tra l'impresa privata, che persegue sostanzialmente il fine del lucro, e l'impresa pubblica si pone l'impresa mista, anch'essa privata ma con partecipazione dello Stato al capitale e alla gestione. È collettiva l'impresa di proprietà di una collettività di persone (società); individuale, se appartenente a una sola persona. Di solito quest'ultima è di piccole dimensioni sia quanto a dipendenti sia a capitale e a giro d'affari. Tipiche di un sistema di produzione artigianale e chiuso, come poteva essere quello esistente nella maggior parte dei Paesi europei prima della rivoluzione industriale o come quello ancora esistente nei Paesi in via di sviluppo, le imprese individuali hanno via via lasciato il posto a organismi sempre più grandi e complessi in cui la proprietà e la gestione sono separate. L'impresa ha accresciuto le sue dimensioni per far fronte alla produzione di massa, riuscendo a ottenere economie interne con una più efficiente organizzazione della gestione del lavoro, un più completo sfruttamento degli impianti esistenti, migliori possibilità di introdurre nuove tecniche produttive, più favorevoli condizioni di acquisto delle materie prime per grandi partite, più vantaggiosa posizione creditizia. L'aumento delle dimensioni delle imprese ha d'altra parte sostituito al regime di concorrenza perfetta, caro ai teorici classici, quello di concorrenza imperfettadi oligopolio, di monopolio, rimanendo l'offerta di un bene concentrata nelle mani di poche grandi imprese; di conseguenza si è avuta anche una trasformazione della teoria dell'impresa: in regime di concorrenza perfetta un'impresa di una determinata dimensione dovrebbe raggiungere la propria posizione di equilibrio, cioè massimizzare il proprio profitto, quando la quantità di merce prodotta eguaglia il costo marginale al ricavo marginale ossia al prezzo. Infatti se il costo marginale è inferiore al prezzo, l'impresa tende ad aumentare la produzione per aumentare il proprio guadagno; se è superiore al prezzo l'impresa va in perdita e non ha più convenienza a produrre. L'impresa che si trova al limite della convenienza a produrre, non godendo di alcun profitto, è detta impresa marginale: in essa il costo marginale è uguale al costo medio variabile minimo. Questo accade nel breve periodo (intervallo di tempo in cui l'impresa non può variare la dimensione dei propri impianti e attrezzature). Nel lungo periodo (intervallo di tempo in cui è possibile variare la dimensione degli impianti), invece, l'impresa tende sempre più a ingrandirsi per conseguire economie tali da rendere i costi medi sempre più bassi. In pratica però non tutte le imprese di un certo settore sono in grado di continuare a espandersi: alcune devono uscire dal mercato, lasciando avanzare l'oligopolio. In questa situazione la teoria non è più in grado di fornire regole sulle condizioni di equilibrio delle imprese e ognuna di esse segue una propria politica produttiva cercando d'individuare quella delle concorrenti oppure stipula accordi con le stesse. D'altra parte la grande impresa moderna, che opera in un sistema economico che trascende i confini nazionali, accanto all'obiettivo della massimizzazione del profitto persegue altri obiettivi (per esempio di sviluppo costante o di dominio del mercato o di dominio delle fonti di finanziamento).

Diritto: generalità

Secondo la legge italiana si definisce impresa un'organizzazione di rapporti economici fra persone fondati sul lavoro. Capo dell'impresa è l'imprenditore e da lui dipendono in via gerarchica i suoi collaboratori. Egli esercita professionalmente un'attività economica organizzata per produrre o per lo scambio di beni e di servizi. Lo Stato esercita il suo controllo sulle imprese nella misura in cui interessano l'economia nazionale e nei limiti stabiliti dalla legge. Questa fa obbligo all'imprenditore di adottare le misure necessarie alla tutela fisica e morale del lavoratore e in caso d'inosservanza gli può comminare la sospensione dell'esercizio dell'impresa o affidarlo a un amministratore. Il prestatore d'opera è tenuto a dare il proprio lavoro intellettuale o manuale in cambio di una congrua retribuzione (salario, stipendio). Nell'impresa i prestatori di lavoro subordinato sono divisi in: dirigenti amministrativi o tecnici, impiegati, operai.

Diritto: tipi d'impresa

Sotto la denominazione di impresa agricola s'intende il complesso di attività varie dirette alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, all'allevamento del bestiame e alle operazioni connesse, esercitate da un'organizzazione di persone alla dipendenza e sotto la responsabilità dell'imprenditore. Questi è il capo dell'impresa e da lui dipendono gerarchicamente i suoi collaboratori. A lui incombono tutti gli obblighi riguardanti il controllo dell'indirizzo produttivo e l'applicazione delle misure di protezione del lavoro. A lui spettano gli effetti dell'esercizio dell'impresa. Per gli aspetti economici dell'impresa agricola, vedi agricoltura. § Viene definita impresa pubblica una persona giuridica pubblica che esercita un'attività imprenditoriale. Il fatto che, nell'impresa pubblica, il soggetto imprenditore sia un Ente pubblico, fa sì che il suo fine non possa mai essere essenzialmente speculativo, ma debba essere principalmente sociale. Quindi due sono gli elementi che differenziano sostanzialmente un'impresa pubblica da quella privata: la soggettività (un soggetto pubblico invece di uno privato); il fine (speculativo nella privata, sociale nell'altra). Nonostante queste differenze, il Codice Civile (art. 2093) applica all'impresa pubblica le norme in vigore per quella privata. Ne consegue, sotto il profilo giuridico, un concetto alquanto complesso. Infatti l'impresa pubblica costituisce una forma di intervento dello Stato nell'economia privata, per fini sociali. Questo intervento non avviene attraverso propri organi, ma spesso con la creazione di “aziende”, “amministrazioni”. Per queste particolari ragioni sembra più appropriata la definizione “imprese-organi” (Giannini) o “imprese statali” (D'Albergo). Quando invece lo Stato interviene nell'economia nazionale attraverso la maggioranza del pacchetto azionario in società per azioni, allora si può parlare d'impresa pubblica, anche se a essa partecipano dei privati; se poi lo Stato è solo uno degli azionisti, ma non il maggiore, la società mantiene la propria natura di “impresa privata” (G. Treves) in quanto il soggetto è diverso. Nel concetto d'impresa pubblica rientrano poi sicuramente gli Enti pubblici economici, ossia quegli Enti pubblici che svolgono “esclusivamente o prevalentemente un'attività economica” e ai cui dipendenti l'art. 37 dello Statuto dei lavoratori (legge 20 marzo 1970, n. 300) estende l'applicazione delle sue norme. La disciplina delle persone giuridiche pubbliche non è quindi univoca, ma varia secondo le determinate categorie di enti. Essa è contenuta nell'Atto Costitutivo e nello Statuto, che hanno entrambi la forma “del decreto del presidente della Repubblica”. A essa si applicano inoltre le norme stabilite dal Codice Civile; per le loro finalità sociali, questi enti sono esclusi, nel caso d'insolvenza, dalle procedure del fallimento e del concordato preventivo.

Geografia economica

Branca della geografia economica che studia le cause e le modalità distributive e gli effetti territoriali delle imprese economiche, siano esse agricole, industriali o terziarie. Diversamente che negli studi sulla localizzazione delle attività economiche, la geografia dell'impresa non esamina solo o principalmente gli aspetti di ottimizzazione dell'applicazione dei fattori di produzione, ma si interessa anche della figura dell'imprenditore, dell'ambiente culturale dell'area in cui sorgono le imprese, delle condizioni storiche che presiedono alla nascita dell'impresa. In questo senso, la geografia dell'impresa si lega strettamente alla geografia culturale e alla sociologia. Sviluppatasi soprattutto a partire dagli anni Sessanta del Novecento, anche per reazione al funzionalismo economicistico allora dominante, la geografia dell'impresa ha come assunto fondamentale che l'impresa svolge un ruolo decisivo nell'organizzazione dei processi economici territorializzati: se, da una parte, si riconosce che deve essere presente un'attitudine del territorio considerato ad accogliere imprese, dall'altra è la loro nascita e distribuzione a realizzare concretamente quell'attitudine e quindi ad avviare i processi di crescita o trasformazione, non solo economica, del territorio. In altri termini, imprenditore e imprese sono, al tempo stesso, la condizione e il risultato del processo di trasformazione di un territorio che presenti date attitudini, prevalentemente di ordine culturale. Occorre tuttavia operare una distinzione fra le grandi imprese, che sono relativamente poco numerose e che attuano scelte quanto più possibile economicamente razionali (ottimizzazione dei costi), e le medie e soprattutto le piccole imprese, estremamente più numerose, vivaci e in continuo aumento, che si pongono in misura minore il problema dell'ottimizzazione dei costi economici legati alla produzione, ma fanno piuttosto riferimento all'organizzazione sociale del territorio in cui sorgono e operano. Senza voler sottovalutare le componenti strettamente economiche, cioè, la geografia dell'impresa ha evidenziato che in termini generali e di massa (le medie e piccole imprese nel loro complesso sono assai più rilevanti, per numero e per prodotto, dell'insieme delle grandi imprese) risultano preminenti le componenti psicologiche e sociali, quanto alla figura dell'imprenditore, e gli assetti storicamente determinati, quanto al territorio che ospita le imprese. Ciò vuol dire che, in molti casi, la geografia dell'impresa ha dovuto smentire il postulato classico della perfetta razionalità dell'imprenditore, giacché non sempre è possibile individuare, per esempio nelle scelte localizzative, gli effetti di una valutazione rigorosa di vantaggi e svantaggi economici così come immaginata dall'economia classica. È invece possibile interpretare gran parte delle dinamiche riferite all'aspetto spaziale delle imprese risalendo agli elementi costitutivi e regolativi di un territorio organizzato, i quali agiscono, specie nel caso delle piccole imprese, come elementi di economie esterne, anche quando non si tratti di fattori economici in senso stretto, ma, come si diceva, di ordine culturale, sociale, organizzativo. In una prima fase degli studi, si sottolineò l'importanza delle aree urbane o piuttosto delle aree di innovazione tecnologica come “incubatrici” delle imprese (specialmente industriali), nel senso che la nascita e la diffusione dell'imprese procederebbe dall'area di innovazione (dove si realizzano condizioni classiche di vantaggio localizzativo, in questo caso soprattutto per economie esterne tecnologiche, ma anche per manodopera abbondante e specializzata, integrazione dei cicli di produzione, ecc.) verso l'esterno, via via che il contenuto tecnologico dell'innovazione risulta banalizzato dalla standardizzazione del prodotto, rendendo così meno rilevanti le economie esterne relative. Questo processo implica la concentrazione delle imprese innovative in aree urbane o, soprattutto, in distretti industriali, dove le economie esterne risultano particolarmente significative: il modello, nel suo insieme, risulta efficiente specialmente per le imprese di maggiori dimensioni e per il loro indotto immediato. Ma la proliferazione delle imprese ha investito, in certi contesti socio-territoriali come l'Italia (e in particolare talune regioni italiane), spazi molto più estesi di quelli a diretto contatto con le aree urbane o di innovazione, e ha assunto modelli di organizzazione non tutti riconducibili al distretto industriale o alla cosiddetta “area sistema”. Si è infatti reso sempre più evidente che il più alto grado di dinamismo (nascita, trasformazione produttiva, inserimento nei mercati) riguarda proprio le imprese indipendenti dal sistema della grande impresa o dalle agglomerazioni, la cui insorgenza dipende da elementi di modernizzazione dei rapporti giuridico-economici, ma si articola su una base preesistente di vocazioni (per esempio, l'artigianato tradizionale, le produzioni agro-alimentari), dando vita a una diffusione dell'impresa anche al di fuori delle aree di concentrazione produttiva e senza legami funzionali con la grande impresa. Elemento determinante della modernizzazione sembra essere l'informazione; mentre la crescente accessibilità alle comunicazioni materiali rende possibili localizzazioni non ottimali (se esaminate sul piano strettamente economico), ma vincolate a condizioni territoriali tipiche: dove la tipicità è sia nella caratterizzazione dei prodotti oggetto dell'attività di impresa (si pensi ai beni a denominazione di origine e al loro indotto), sia nel rapporto che l'impresa intrattiene con quel determinato e irripetibile ambiente sociale in cui è sorta.

Bibliografia

G. Ruffolo, La grande impresa nella società moderna, Torino, 1967; A. M.Sandulli, Manuale di diritto amministrativo, Napoli, 1969; A. Pesenti, Manuale di economia politica, Roma, 1970; G. Landi, G. Potenza, Manuale di diritto amministrativo, Milano, 1971; G. Treves, L'organizzazione amministrativa, Torino, 1971; G. Grinta, G. Carnevale Miino, Impresa individuale, Milano, 1990.