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incònscio

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Lessico

agg. e sm. (pl. f. -sce o -scie) [sec. XIX; dal latino tardo inconscíus].

1) Agg., di fenomeno interno, impulso, istinto, ecc. non avvertito dalla coscienza, non controllato da essa; anche vago, indistinto: “Non credeva nell'inconscio innocenza, che è in noi” (Pavese).

2) Di persona, non conscio, che non ha coscienza di qualche cosa, che non ha piena consapevolezza di ciò che fa o di ciò che accade: “Era un giovane inconscio, un poco assorto” (Pavese).

3) Sm., in psicanalisi, l'insieme di tutte le attività e funzioni psichiche che si svolgono al di fuori della consapevolezza dell'individuo.

Psicanalisi

Il concetto di inconscio è stato particolarmente sviluppato da S. Freud nel contesto della psicanalisi, ma già precedentemente e in diversi contesti era stato affacciato da altri autori. In particolare, H. Helmholtz aveva invocato, nella percezione, l'esistenza di un particolare meccanismo, l'inferenza inconscia, che correggerebbe le percezioni attuali sulla base dell'esperienza passata dell'individuo, al di fuori della sua consapevolezza. Ma anche e soprattutto in psicopatologia diversi autori avevano sostenuto l'esistenza di motivi inconsci alla base del comportamento patologico. Tra questi in particolare, nella seconda metà dell'Ottocento, diversi psichiatri francesi appartenenti a scuole diverse: J.-M. Charcot alla Salpêtrière, H. Bernheim a Nancy, P. Janet alla Sorbona. Freud distinse, nella sua teoria dell'apparato psichico, un sistema inconscio costituito fondamentalmente da contenuti rimossi, cioè da esperienze traumatiche nei confronti delle quali l'Io opera un processo difensivo di rimozione dalla coscienza. Tali contenuti non possono essere portati facilmente alla coscienza esistendo una barriera fra conscio e inconscio, però agiscono dinamicamente nella personalità, si manifestano nel comportamento sotto forma di lapsus, atti mancati, ecc., riaffiorano nei sogni in forma simbolica e sono responsabili di conflitti da cui possono nascere disfunzioni psichiche. Tra i contenuti mentali inconsci vanno distinti quelli, abitualmente detti preconsci, che possono essere richiamati a ogni momento alla coscienza. Nel rapporto psicanalitico tra analista e paziente la meta consiste specificamente nel portare alla luce con un lavoro d'interpretazione degli elementi comportamentali e con l'uso di tecniche quali le associazioni libere, i contenuti inconsci che sono alla base dei disturbi. Secondo C. G. Jung l'inconscio è la fase primitiva del pensiero in cui gli individui partecipano di forme collettive di rappresentazione della realtà: Jung distingue infatti un inconscio individuale e un inconscio collettivo, determinato per evoluzione, in cui sono depositate le esperienze della specie umana sotto forma di “archetipi”.

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