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interèsse (economia)

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Descrizione generale

Compenso percepito da chi cede in uso ad altri un certo capitale (risparmio monetario o altra forma di ricchezza). È quanto s'intende per interesse (interesse del prestito) nel linguaggio e nella teoria corrente; un'altra accezione, accolta fino al sec. XIX, lo identificava con il compenso percepito dal proprietario di un dato bene capitale per l'uso in proprio di esso nel processo di produzione (interesse originario del capitale). Si dice tasso o saggio d'interesse il rapporto tra l'ammontare dell'interesse e il capitale prestato o utilizzato (in questo secondo caso si identifica, quindi, con il saggio di rendimento del capitale). Il tasso d'interesse, calcolato con riferimento a una determinata unità di tempo, di solito l'anno (interesse annuo), è detto unitario se in rapporto a un'unità di capitale, percentuale se in rapporto a 100 unità. § Computo degli interessi: per conteggiare gli interessi di un capitale dato a prestito per un tempo determinato e a un dato tasso, si deve distinguere fra interesse semplice einteresse composto. Si ha l'interesse semplice quando gli interessi maturati in un dato periodo non fruttano altri interessi: in questo caso il calcolo è fatto in base alla formula I = Cit, dove I indica l'ammontare totale dell'interesse; C il capitale iniziale; i il saggio d'interesse (cioè la sua misura percentuale); t il numero di anni di durata del contratto. L'interesse composto (CI) è calcolato sul capitale iniziale e sulla capitalizzazione degli interessi maturati (montante): CI = C [(1+i)t-1]. § Giuridicamente gli interessi sono oggetto di un'obbligazione, accessoria a una principale, dovuti periodicamente e per il tempo della durata dell'obbligazione principale. Secondo il Codice Civile i crediti liquidi ed esigibili di somme di danaro producono interessi “di pieno diritto”, salvo che la legge o il titolo non stabiliscano diversamente. L'art. 1284 del Codice Civile, così come modificato dal decreto ministeriale 11 dicembre 2001, stabilisce che il saggio degli interessi legali è pari al 3% per anno, a decorrere dal 1° gennaio 2002. Allo stesso saggio si computano gli interessi convenzionali se le parti contraenti non abbiano determinato il tasso percentuale. Gli interessi superiori alla misura legale devono essere determinati per iscritto altrimenti sono dovuti nella misura legale. La legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Sono comunque usurari gli interessi, anche se inferiori a tale limite, che, avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, o all'opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria.

Le teorie sull'interesse

L'analisi dell'interesse, vale a dire i tentativi di risolvere il problema dell'esistenza dell'interesse e quello della formazione del saggio d'interesse, cominciò a essere sviluppata solo nella seconda metà del sec. XIX quando, deteriorandosi il sistema della piccola impresa e della concorrenza, da una parte si accentuò la divisione fra risparmiatore, capitalista e investitore e dall'altra parte s'impose il ricorso al credito bancario. Classici e preclassici infatti avevano prestato al problema dell'interesse solo un'attenzione marginale rispetto a quella dedicata ad altri “prezzi” di fattori produttivi, quali la rendita o il salario. In effetti le teorie sull'interesse hanno assunto rilievo solo quando il fenomeno è divenuto rilevante nella realtà storica. I primi a occuparsi del prestito monetario su interesse furono gli scolastici, i quali ribadirono il divieto canonico dell'“usura” motivandolo con l'argomentazione aristotelica che la moneta, essendo per natura sterile, non può legittimamente dare frutto. Il divieto, nato in verità dal fatto che i prestiti a quel tempo erano soprattutto concessi a persone indigenti per soddisfare i bisogni più impellenti, fu gradualmente abbandonato con l'evolversi del sistema di produzione e quindi con il sostituirsi dei prestiti produttivi a quelli consuntivi. Gli economisti successivi si occuparono della misura dell'interesse: i mercantilisti considerarono il saggio d'interesse inversamente proporzionale alla quantità di moneta in circolazione, ossia all'offerta di moneta. La teoria fu confutata da R. Cantillon, D. Hume e A. R. J. Turgot e poi dagli economisti classici, i quali, ponendo in luce l'esistenza di forze reali oltre che monetarie, considerarono il saggio d'interesse determinato sia dalla domanda sia dall'offerta di prestiti. Nassau Senior e John Stuart Mill furono i principali esponenti della teoria dell'interesse più diffusa nel sec. XVIII, quella che lo identifica nella remunerazione dell'“astinenza” del consumo presente (generalmente preferito a quello futuro più incerto) al fine di creare capitale. Mill definisce il saggio d'interesse come “il valore relativo attribuito da una determinata società al presente e al futuro”. Teoria dello sfruttamento fu invece denominata quella sviluppata da Marx per il quale il processo di formazione dell'interesse va sostanzialmente ricondotto a quello del plusvalore integrale, di cui l'interesse è solo una parte. Per l'autore del Capitale, l'interesse è un fenomeno essenzialmente monetario ed è il prezzo versato dai capitalisti industriali e terrieri per l'uso del capitale-danaro. A. Marshall varò invece una “teoria dell'attesa”, in sostanza null'altro che una nuova versione di quella dell'astinenza: l'interesse sarebbe un premio per il sacrificio sopportato dal capitalista nel differire il proprio consumo. Più articolata e approfondita divenne l'analisi dell'interesse nel periodo neoclassico. E. Böhm Bawerk pose l'origine dell'interesse nella preferenza che alcuni individui nutrono per i beni presenti, preferenza per cui sono disposti a pagare un premio (o aggio, da cui “teoria dell'aggio”). Per il marginalista austriaco i motivi per cui gli individui tendono ad apprezzare i beni presenti più di quelli futuri sono: la speranza di godere in futuro di un reddito superiore; la mancanza d'immaginazione, la debolezza di volontà, la consapevolezza della brevità e incertezza della vita; la superiorità tecnica dei beni futuri rispetto a quelli presenti. Il saggio d'interesse è, quindi, il prezzo che gli investitori sono disposti a pagare ai risparmiatori per ottenere fondi: i primi nella speranza di ottenere dagli investimenti un reddito più elevato del saggio d'interesse pagato, i secondi ritenendo più vantaggioso differire i consumi e percepire il premio. Il tasso d'interesse è il meccanismo che tende a eguagliare costantemente la domanda e l'offerta di prestiti, ossia l'investimento e il risparmio. Questa teoria, detta anche “classica”, oltre a considerare il reddito reale come un dato dipendente solo dalla capacità produttiva del sistema, teneva conto solo dell'influenza dei fattori reali, come appunto il risparmio e l'investimento, ma non dei fattori monetari: per essa la domanda e l'offerta di moneta non influivano sul fenomeno dell'interesse se non in via transitoria. Wicksell distinse in proposito due saggi d'interesse: naturale o saggio di equilibrio, dipendente solo da cause reali (esso si identifica con il saggio di rendimento del capitale reale, rende uguali la domanda e l'offerta di risparmio reale ed è tale da non indurre il livello generale dei prezzi a spostarsi); monetario, dipendente da cause monetarie e tendente verso quello naturale. J. Keynes criticò la teoria classica in nome dell'importanza dei fattori monetari e per il fatto che il saggio d'interesse non può essere determinato da risparmio e investimento in quanto proprio questi ultimi determinano il livello del reddito. Egli cercò quindi di dimostrare che l'interesse, cioè il compenso pagato per l'impiego del danaro, è un fenomeno squisitamente monetario essendo determinato dalla domanda e dall'offerta di moneta. Il relativo tasso, direttamente proporzionale alla preferenza per la liquidità e inversamente proporzionale alla quantità di moneta disponibile, “misura la riluttanza di coloro che possiedono la moneta ad abbandonare il controllo su di essa”. La teoria keynesiana, detta anche “teoria della preferenza per la liquidità”, ha suscitato ampie discussioni con i fautori della teoria “classica”, mentre altri economisti hanno cercato di dimostrare la validità di entrambe. La più nota e accettata teoria antikeynesiana d'ispirazione “classica” è quella dei “fondi mutuabili” (o “prestabili”) sviluppata soprattutto da D. H. Robertson: il saggio d'interesse dipende dalla domanda e dall'offerta di fondi per il prestito, la prima data dall'investimento e dal nuovo tesoreggiamento, la seconda dal risparmio e dai prestiti bancari. Analoga a questa, e talvolta con essa identificata, è la teoria formulata dallo svedese Ohlin, la quale fa dipendere il saggio d'interesse dalla domanda e dall'offerta di credito. Lerner, J. R. Hicks e W. J. Fellner tentarono a loro volta di dimostrare la sostanziale identità della teoria keynesiana e di quella robertsoniana.