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investiménto

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Lessico

sm. [sec. XIV; da investire].

1) In senso propriamente economico, l'impiego di disponibilità finanziarie nell'acquisto di beni strumentali (macchinari, attrezzature, abitazioni, opere pubbliche, cioè i cosiddetti investimenti fissi, più le scorte) che si identifica, pertanto, in un incremento del capitale reale esistente. Nel linguaggio comune, l'acquisto di beni di consumo durevoli, di azioni e obbligazioni (investimenti azionari e obbligazionari o di portafoglio) e in genere di ogni bene destinato a produrre un reddito presente o futuro.

2) L'atto di investire; in particolare, scontro di un veicolo contro pedoni o contro un altro veicolo: evitare, causare un investimento; rimase vittima di un investimento; statistica degli investimenti.

3) In psicanalisi, termine introdotto da S. Freud per indicare l'aderire dell'energia psichica a un “oggetto” (persona, cosa inanimata, ecc.), una rappresentazione, una parte del corpo, ecc. Dal lavoro clinico con pazienti nevrotici, infatti, Freud ipotizzò l'esistenza di una distinzione tra le rappresentazioni, o immagini mentali, e gli affetti a esse collegati. Tali affetti, una volta separati dagli oggetti originari, possono subire trasformazioni diverse a opera dei processi psichici ed essere collegati a oggetti diversi. Sinonimo di carica.

Economia

Gli investimenti, come inizialmente definiti (classificabili in lordi e netti secondo se comprensivi o meno degli ammortamenti), sono uno degli aggregati fondamentali della macroeconomia: con i consumi concorrono a determinare il livello della domanda globale e quindi del reddito nazionale (due funzioni fondamentali li legano al reddito: il moltiplicatore e l'acceleratore); da essi dipende, nel lungo periodo, il ritmo di sviluppo di un sistema economico. Nel quadro della contabilità nazionale d'ispirazione keynesiana, la loro entità deve risultare uguale a quella del risparmio che ne è la fonte: entrambe, infatti, derivano dalla differenza fra reddito prodotto e reddito consumato. A priori e nella realtà, l'investimento diverge spesso dal risparmio, sia perché spesso differenti sono coloro che investono da coloro che risparmiano, sia perché l'atto d'investire e quello di risparmiare hanno origine da decisioni di diversa natura. In una economia prevalentemente di mercato coloro che effettuano un'investimento possono essere soggetti privati o enti pubblici. I soggetti privati, cui spetta in primo luogo il compito di porre in essere investimenti direttamente produttivi, sono tipicamente le imprese, che attingono, di solito, i fondi necessari all'investimento o dal proprio risparmio (autofinanziamento) o, più spesso, ricorrendo al credito o all'emissione di azioni e obbligazioni. Gli enti pubblici finanziano i loro investimenti, la cui forma più significativa è la creazione d'infrastrutture, mediante il risparmio pubblico, l'emissione di titoli del debito pubblico, il ricorso a istituti speciali di credito. Con riferimento a una data unità statale, si contrappongono agli investimenti interni, gli investimenti esteri, effettuati, per esempio, da società industriali o finanziarie straniere con la creazione di filiali o succursali, con l'acquisto di partecipazioni in società nazionali, ecc. L'attitudine a investire nella sua manifestazione concreta, ossia la propensione all'investimento (propensione media, se data dal rapporto fra ammontare degli investimenti e ammontare del reddito; marginale, se data dal rapporto fra incremento unitario degli investimenti e incremento unitario del reddito) dipende da motivi diversi secondo gli investitori. Gli enti pubblici, lo Stato in particolare, sono mossi da motivi di utilità sociale. Più importanti, oltre che meno definibili e identificabili, sono i fattori che agiscono sulle decisioni d'investimento degli operatori privati. Il loro fine è chiaramente quello di procurare in futuro, a chi lo attua, un profitto. Tale profitto futuro dipende, a sua volta, dai futuri costi e ricavi sui quali, al momento in cui viene posto in essere l'investimento, l'investitore può solo fare previsioni. Queste perciò hanno un peso essenziale nel determinare il volume degli investimenti e, indirettamente, nell'influire sull'espansione del sistema economico. Nell'analisi keynesiana la propensione all'investimento dipende da due fattori fondamentali: il tasso d'interesse dei fondi di finanziamento e l'efficienza marginale del capitale, cioè la sua redditività prevista. L'operatore economico riterrà conveniente investire finché il primo sarà inferiore alla seconda. Nel corso degli anni Cinquanta, in concomitanza con lo sviluppo di alcuni modelli relativi al ciclo economico, venne spesso utilizzata come teoria dell'investimento quella dell'acceleratore, secondo cui il livello e la variazione della domanda aggregata dei beni producono un'influenza positiva sull'investimento. Successivamente si è affermata, grazie all'idea iniziale di J. Tobin, la teoria q (detta appunto q di Tobin), secondo cui la variabile che maggiormente influenza il corso degli investimenti è il rapporto, chiamato appunto q, tra il valore di mercato dei beni capitali e il loro costo di sostituzione. Tale schema, nell'originale impostazione, metteva in luce come i fattori monetari potessero avere un ruolo nel determinare i livelli d'investimento, ed era quindi sostanzialmente keynesiano. Tuttavia, è stato possibile darne una diversa interpretazione nell'ambito di un modello di produzione con costi di aggiustamento sulla variazione del capitale. Una teoria, che può essere ricondotta a quella del rischio crescente di M. Kalecki e che è tornata in auge negli ultimi anni, è di tipo finanziario e lega l'investimento a variabili quali il grado d'indebitamento, il cash flow o simili, a motivo dell'imperfetto funzionamento dei mercati finanziari. Va ricordata, inoltre, un'ulteriore classificazione degli investimenti, usuale nella macroeconomia: quella fra investimenti autonomi e investimenti indotti, i secondi determinati dai primi o da variazioni dei consumi o della produzione. In economia internazionale, l'investimento diretto è quello fatto per acquisire partecipazioni azionarie o conferire prestiti intersocietari in un'impresa che opera in un Paese diverso da quello in cui risiede l'investitore.

Bibliografia

J. M. Keynes, Occupazione, interesse, moneta. Teoria generale, Torino, 1947; A. Campolongo, Economia dell'investimento, Milano, 1967; A. Aiello, Principio di accelerazione e teoria della decisione d'investimento, Bari, 1989.

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