Questo sito contribuisce alla audience di

investiture, lòtta delle-

contrasto politico-ideologico che tra il 1076 e il 1122 oppose papato e autorità secolare sul diritto di conferire le cariche ecclesiastiche. Quando con Ottone I di Sassonia venne creata la figura del vescovo conte, il termine investitura (la cerimonia con cui, secondo il diritto feudale, un'autorità laica o ecclesiastica concedeva al vassallo un beneficio o un feudo) significò il conferimento da parte del signore laico a un ecclesiastico del feudo e della carica religiosa collegata al feudo stesso. Il dominio del signore laico sulla Chiesa comportava, infatti, ch'egli potesse disporre dell'honor (episcopatus, abbatia, presbyteratus), che era collegato alla medesima. Nei sec. IX e X, la Santa Sede (pur tenendo fermo il principio dell'elezione del vescovo a opera del clero e del popolo) riconobbe che il re aveva il potere di concedere gli episcopati. La debolezza del papato, la scandalosa condotta dei vescovi conti, uomini d'armi più che di Chiesa, favorirono una sempre maggior ingerenza dell'imperatore sul papato ed Enrico III riuscì a imporre a papa Clemente II il riconoscimento del diritto imperiale alla designazione nell'elezione del pontefice. Nella seconda metà del sec. XI, però, iniziò nella Chiesa un movimento riformistico che partì dal monastero di Cluny. Tra i riformatori si distinsero Umberto da Silvacandida e Ildebrando di Soana, che propugnavano una rigenerazione politico-morale della Chiesa. Morto Enrico III (1056), approfittando della reggenza di Agnese e della minore età di Enrico IV, il papa Niccolò II, consigliato da Ildebrando, rivendicò, nel Concilio Lateranense del 1059, ai soli cardinali romani l'elezione papale, vietò, sotto pena della scomunica, le investiture di benefici ecclesiastici da parte di laici e condannò la simonia e il concubinato. Le decisioni del concilio trovarono una vasta eco nel popolo. L'azione riformatrice continuò a opera di Ildebrando, che riuscì a far eleggere (1061) papa Anselmo da Baggio (Alessandro II). Lo scontro aperto fra papato e impero si ebbe solo con l'elezione dello stesso Ildebrando, che assunse la tiara col nome di Gregorio VII (1073-85). Il nuovo papa ribadì le sanzioni contro i simoniaci e i concubinari e minacciò di scomunica tanto gli ecclesiastici che accettavano cariche religiose da laici quanto questi ultimi che le davano. Proclamò inoltre che, discendendo ogni potere da Dio, tutti i sovrani, imperatore compreso, erano sottoposti alla suprema autorità del vicario di Cristo, che solo poteva legittimare il loro potere (Dictatus Papae). Il nuovo imperatore Enrico IV reagì convocando una dieta a Worms (1076) in cui venne dichiarato deposto Gregorio VII; questi a sua volta scomunicò l'imperatore, sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà e suscitando così la ribellione dei vassalli contro Enrico IV. Egli venne allora in Italia e si recò a Canossa (1077), dove il papa, ospite della contessa Matilde, sua potente alleata, gli revocò la scomunica. Riaffermata la sua autorità sui feudatari, Enrico IV ridiscese in Italia, nominò un antipapa (Clemente III) e assediò in Castel Sant'Angelo Gregorio VII, che fu salvato da Roberto il Guiscardo e morì in esilio a Salerno (1085). Il suo successore, Urbano II (1088-99) continuò la lotta, ribadendo a Clermont (novembre 1095) che nessun ecclesiastico doveva prestare il giuramento di vassallaggio a laici; e, quasi a sottolineare il nuovo prestigio acquisito dalla Chiesa, bandì la I Crociata. La lotta riprese tra il nuovo papa Pasquale II (1099-1118) ed Enrico V, succeduto al padre nel 1106. L'imperatore, sceso in Italia, impose al papa, con il patto di Sutri (febbraio 1111), la restituzione di tutti i privilegi territoriali ottenuti dalla Chiesa da Carlo Magno in poi. Enrico, da parte sua, avrebbe rinunciato al diritto d'investitura. Il patto venne però sconfessato dagli alti prelati e il papa, sotto l'impulso del partito riformista, ritornò sulle posizioni gregoriane. Il conflitto si riaccese nel 1115 a causa del testamento di Matilde di Toscana, che aveva lasciato al papato tutti i suoi beni, compresi quelli feudali, che l'imperatore, a buon diritto, rivendicava. A rendere possibile un accordo concorse infine, oltre alla stanchezza delle parti, il prevalere della teoria, propugnata da Ivo di Chartres, della distinzione tra l'investitura temporale e quella spirituale. Si giunse così al concordato di Worms (23 settembre 1122) tra Enrico V e Callisto II, che definì i rapporti tra impero e papato nelle investiture, ma lasciò insoluto il problema della supremazia. Venne stabilito infatti che l'investitura feudale, con lo scettro, rimanesse un diritto dell'imperatore, mentre quella spirituale, con l'anello e il pastorale, fosse riservata esclusivamente al papa; che in Germania l'investitura feudale precedesse la consacrazione, in Italia e in Borgogna la seguisse. La lotta delle investiture si concluse così a vantaggio della Chiesa, che si liberò del tutto, in questa materia, dell'ingerenza imperiale. Anche in Francia e in Inghilterra si dibatté il problema delle investiture, che trovò soluzioni di compromesso: i re mantennero il diritto al giuramento feudale da parte dei prelati, ma rinunciarono al conferimento dell'investitura religiosa.

Bibliografia

R. Morghen, Gregorio VII, Torino, 1942; E. Dupré Theseider, Papato e Impero in lotta per la supremazia, in Questioni di storia medioevale, Milano, 1953; C. Bihlmeyer-H. Tuchle, Histoire de l'Eglise, Mulhouse, 1962; G. M. Cantarella, D. Tuniz, Il papa e il sovrano, Gregorio VII ed Enrico IV nella lotta per le investiture, Roma, 1985.