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ipertermìa

sf. [iper-+-termia]. Aumento della temperatura corporea, determinato da aumentata produzione o diminuita dispersione di calore. La si riscontra per esempio dopo interventi chirurgici per l'azione sui centri termoregolatori dell'istamina che si libera a seguito delle ferite imposte dall'operazione, nei grandi traumatismi che interessano vaste zone dell'organismo e anche dopo prolungato sforzo muscolare o esposizione ad ambiente molto caldo (colpo di calore). L'ipertermia può essere anche provocata artificialmente (ipertermia artificiale) con mezzi chimici o fisici (diatermia, marconiterapia, radarterapia). Viene applicata anche a scopo terapeutico in alcune patologie (anche in campo oncologico). L'ipertermia maligna, detta anche iperpiressia fulminante, è una rara e spesso letale complicanza dell'anestesia generale, consistente in un improvviso aumento della produzione di calore e conseguente spiccata elevazione della temperatura che può raggiungere i 44 gradi. La causa scatenante è la somministrazione del farmaco anestetico unita a quella del miorilassante, al quale il paziente si rivela esageratamente sensibile. In alcuni casi tale ipersensibilità ha carattere familiare, in altri invece mancano dati obiettivi che possano far prevedere la comparsa della crisi ipertermica. La terapia consiste nell'istantanea interruzione dell'anestesia e nel rapido raffreddamento corporeo. L'esito letale è imputabile ad arresto cardiaco ma nei casi di successo terapeutico la guarigione è completa.

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