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ipoplasìa

sf. [sec. XIX; ipo-+-plasia].

1) Sviluppo incompleto di un organo o di una parte del corpo. Sia che si manifestino durante la vita endouterina o dopo la nascita, le ipoplasie si distinguono in primarie e secondarie, secondo che si producano in modo apparentemente spontaneo, probabilmente in relazione con i fattori interni che regolano l'accrescimento, oppure risultino legate da rapporti evidenti con l'intervento di cause esterne. Gli organi a secrezione interna nel loro complesso esercitano un'influenza regolatrice sullo sviluppo e sulla nutrizione dei tessuti in generale e di alcuni in modo più evidente. Perciò l'asportazione, le lesioni a carattere distruttivo e talvolta anche le gravi alterazioni funzionali di alcune parti dell'apparato endocrino, sia nell'organismo invia di sviluppo sia nell'adulto, possono avere per effetto l'ipoplasia o addirittura l'aplasia di alcuni tessuti od organi.

2) In botanica, crescita parziale di organi o tessuti vegetali per insufficiente sviluppo in numero o in grandezza delle cellule che li costituiscono (ipoplasia quantitativa), ovvero a causa di processi riduttivi (mancato accrescimento secondario, deficienza di plastidi, ecc.) a carico dei singoli elementi cellulari (ipoplasia qualitativa). Nel primo caso il fenomeno è dovuto a cause di carattere ambientale (luce, umidità, ecc.), mentre nel secondo entrano in gioco anche altri elementi, come quelli nutritivi, l'azione dei parassiti, l'eziolamento, ecc.

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