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irànico

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Lessico

agg. e sm. (pl. m. -ci) [sec. XIX; da Iran]. Appartenente, relativo all'Iran; abitante o nativo dell'Iran o, con accezione più vasta, dell'altopiano compreso fra il Tigri e l'Indo.

Linguistica

Gruppo di lingue che con quello indoario costituisce il ramo ario o indoiranico della famiglia linguistica indeuropea. La storia linguistica iranica si sviluppa per un arco di tempo di ca. 25 secoli e si può suddividere in tre grandi periodi cronologici: iranico antico, iranico medio e iranico moderno o neoiranico. Nell'iranico antico (sec. VI-III a. C.) si possono distinguere tre aree dialettali principali che si trovano anche nelle successive fasi cronologiche: quella nordoccidentale rappresentata dalla lingua dei Medi (medo) di cui non si hanno documenti ma solo nomi di persona e qualche glossa, quella nordorientale rappresentata dalla lingua dell'Avestā (avestico), quella meridionale o sudoccidentale rappresentata dalla lingua delle iscrizioni dei sovrani achemenidi (persiano antico). Nell'iranico medio (sec. III a. C.-sec. VII d. C.) si hanno nell'area nordoccidentale la lingua dei Parti (partico), nell'area nordorientale il sogdiano e il sacio o cotanese, nell'area meridionale il persiano medio. Nell'iranico moderno (dal sec. VIII d. C.) l'area nordoccidentale comprende il curdo, il beluci e alcuni altri dialetti; l'area nordorientale comprende l'osseto, lo yaghnōbī, i dialetti del Pamir e la lingua dell'Afghanistan (pashtō); l'area meridionale comprende il fārsī o persiano moderno e diversi altri dialetti. L'iranico presenta, soprattutto nella sua fase più antica, molte affinità con le lingue indoarie dell'India, ma si differenzia da esse per alcuni tratti caratteristici: i dittonghi brevi ai, au si conservano in iranico, ma si monottongano diventando e, o in indiano, le occlusive sorde aspirate diventano fricative sorde (quindi ph > f: indiano kapha-, iranico kafa-, “schiuma”), le sonore aspirate perdono l'aspirazione (quindi bh > b: indiano bhrātā, iranico brātā, “fratello”), le occlusive sorde diventano fricative sorde davanti a consonante (quindi p > f: indiano priya-, iranico frya-, “caro”), la sibilante sorda si aspira in molti casi (quindi s > h: indiano senā, iranico hainā, “esercito”). I dialetti iranici si distinguono da quelli settentrionali in primo luogo per il diverso esito delle originarie palatali indeuropee (th, d a sud, s, z a nord: persiano ant. thūra-, avestico sūra-, “forte”) e per varie altre particolarità come per il diverso esito del nesso indeuropeo ku (s a sud, sp a nord: persiano ant. asa-, avestico aspa-, “cavallo”). Nell'evoluzione dalla fase antica a quella moderna i dialetti iranici hanno subito numerose e profonde trasformazioni: le vocali finali sono scomparse e l'accento tonico si è fissato sull'ultima sillaba (originaria penultima) già nella fase media; i dittonghi ai, au si sono monottongati in ē, ō nella fase media e sono diventati ī, ū in quella moderna; la semivocale y- si è sviluppata nella consonante palatale ǰ-; v è diventato in certi casi b in altri g; le occlusive sorde vengono spesso sonorizzate (quindi p > b, t > d, k > g; i nessi consonantici vengono generalmente semplificati inserendo una vocale tra le due consonanti; scompare la distinzione del genere grammaticale e si perde il numero duale; nella flessione nominale scompaiono le desinenze dei casi e le relazioni grammaticali sono espresse con suffissi (-e aggiunto alla parola precedente per il genitivo, - per l'accusativo e il dativo) o con preposizioni; le antiche forme verbali sono in gran parte sostituite da nuove formazioni perifrastiche fatte con verbi ausiliari.