manicheismo

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Lessico

sm. [sec. XIX; da manicheo].

1) Religione fondata dal persiano Mani.

2) Per estensione, tendenza a vedere nella realtà in genere, o in una particolare situazione, tutto il male solo da una parte, tutto il bene solo dall'altra.

Religione

La predicazione di Mani trovò subito una grande rispondenza nella regione mesopotamica del sec. III, dove il popolo era particolarmente disposto all'accoglimento d'ogni messaggio religioso: mazdeo, cristiano, ebraico, induista e buddhista. In tale ambiente, multiforme dal punto di vista sia etnico sia religioso, si doveva avvertire l'esigenza di una sintesi unificatrice, e forse il manicheismo, con la sua enunciazione sincretistica, rispose a questa esigenza. Il sincretismo manicheo è orientato in senso gnostico o dalla conflittualità tra Bene e Male, idea centrale di evidente derivazione mazdea. Le fonti della nostra conoscenza del manicheismo sono, oltre a quelle indirette (citazioni contenute nella polemica antimanichea della patristica cristiana, e poi di autori islamici), gli scritti manichei pervenutici in versioni copte, in dialetti iranici dal Turkestan, e in lingua cinese dalla Cina. Sono scritti frammentari, né ancora completamente pubblicati, che ci danno del manicheismo soltanto un'idea parziale. Gli elementi dottrinari vengono espressi sotto forma di un mito cosmogonico formulato dallo stesso Mani, comprensivo di tutta la realtà, base e giustificazione del comportamento religioso manicheo. Perciò Mani mise tale formulazione per iscritto, e a questo scopo inventò una scrittura nuova, più pratica, derivata dalla preesistente scrittura iranica. In proposito, Mani avrebbe detto: “Questa sapienza l'ho descritta nei sacri libri affinché non fosse cambiata in seguito”. La “sapienza” è sostanzialmente un mito cosmogonico, per il quale alle origini il Bene (luce, spirito, ecc.) era separato e contrapposto al Male (tenebra, materia, ecc.). La mescolanza, che caratterizza la realtà attuale, è derivata dal divoramento dell'anima dell'“uomo primordiale” da parte delle forze del male: il Dio del Bene, localizzato nel Nord (il “regno della Luce”), si manifesta in cinque qualità intese come “membri” o “mondi” (ragione, pensiero, discernimento, meditazione, riflessione: tutte attività spirituali distaccate dalla realtà materiale). Il Dio del Male, detto anche “Materia” (Hyle, con un termine greco), si manifesta ugualmente in cinque “mondi” (fumo, fuoco, vento, acqua, oscurità: tutti elementi materiali della “natura”, contrapposti alle qualità spirituali della “cultura”) ed è localizzato nel Sud. Il Dio del Male ingaggia una battaglia contro il mondo della Luce. Il Dio del Bene si difende con una serie di emanazioni, tra cui l'“uomo primordiale” che soccombe al Male e ne rimane prigioniero. La sua liberazione comporta da parte del Dio del Bene l'invio di una seconda serie di emanazioni, e la creazione del mondo a opera di una di queste, detta “spirito vivente”, che crea il mondo servendosi degli “elementi” stessi del Dio del Male, ma compenetrati in parte dalla “luce” e a lei asserviti, in contrapposizione all'asservimento dell'“uomo primordiale” alle “tenebre”. In questa condizione di estrema mescolanza tra Bene e Male, un'ulteriore emanazione del Dio del Bene s'installa nel Sole per recuperare e dissociare dalle Tenebre le parti della Luce. Come contromisura, il Dio del Male crea gli uomini (Adamo ed Eva) perché vivendo e mangiando incorporino più “luce” possibile, agganciandola alla “materia” tenebrosa. Ma una serie d'inviati dell'ultima emanazione del Dio del Bene rivelano all'uomo la funzione negativa per cui il Dio del Male l'ha creato, e ora l'uomo, forte di questa conoscenza (gnosis), può scegliere di agire ai fini di una liberazione della “luce”, operando per la sua autoredenzione: egli salverà se stesso, salvando la “luce”. Il che otterrà rifiutando di vivere, ossia di perpetuarsi prolungando la prigionia nella materia dei suoi elementi luminosi (sia quelli ingeriti da Adamo ed Eva, sia quelli incorporati alimentandosi da una “natura” compenetrata di “luce”). Come si può desumere da questi cenni, si tratta di un sincretismo che rende l'uomo arbitro e artefice della sua salvezza e di tutto un processo cosmico; un sincretismo che tutto accoglie di quanto è stato espresso dalla spiritualità di culture diverse, di tutto si serve per esprimere il suo dualismo di base, e tutto riduce infine (anche lo stesso dualismo) a una dimensione squisitamente umana. L'organizzazione ecclesiastica, che è l'espressione pratica di tale dimensione, distinse gli “eletti”, cioè quelli che sono capaci di rinunciare alla “vita” mediante una condizione ascetica o monastica, dagli “uditori”, incapaci di opporsi alla perpetuazione della specie, ma destinati a tramandare la conoscenza (gnosis) alle future generazioni, dalle quali usciranno nuovi “eletti”. Quando tutti saranno “eletti” il mondo finirà, la “luce” sarà definitivamente liberata dalle “tenebre” e il mondo del Male sarà ristretto e imprigionato per sempre nei suoi confini. Per il momento, solo gli “eletti” costituiscono la gerarchia ecclesiastica: un capo della Chiesa (Archegos o Princeps), 12 “maestri”, 72 vescovi e 360 “anziani” (presbyteroi, preti). A occidente il manicheismo raggiunse la Siria, l'Arabia settentrionale, l'Egitto, l'Africa settentrionale, e poi l'Asia Minore, l'Armenia e varie regioni dell'Impero romano (si hanno testimonianze per il sec. IV in Roma, in Dalmazia, in Gallia e in Spagna). Nel sec. VI il manicheismo si disperse in vari movimenti settari, perseguitati dalle autorità (pauliciani, bogomili, catari). Durò più a lungo in Oriente dove, nella Cina del 694, si trovano preti manichei alla corte dell'imperatore. Il Turkestan fu la sede più importante del manicheismo: qui divenne nel 763 la religione di Stato del regno degli Uiguri; sopravvisse alla caduta di questo regno, finché in seguito alla conquista mongola (sec. XIII) scomparve completamente. A testimonianza della vastità geografica su cui si estese il pensiero manicheo vanno citate le scoperte di testi manichei a partire dal primo Novecento: nell'oasi di Turfan, nel 1904, furono trovati testi nelle lingue e scritture più varie; a Medīnet Mādi (Egitto) nel 1930 fu portata alla luce un'intera biblioteca, tutta di testi manichei; nell'Asia centrale i ritrovamenti sorpassarono ogni aspettativa: un gran numero di manoscritti, nelle lingue partica, sogdiana, tocarica, pahlavi, turca, cinese, che contengono i primi testi manichei giunti a noi, inni liturgici, preghiere, aneddoti biografici su Mani. In lingua iraniana è importante il Sāhburagān, attribuito a Mani stesso; in lingua uigura il Xustanift, catalogo di peccati, oggetto dell'eterna lotta tra il Bene e il Male; fra i testi di Medīnet Mādi i Capitoli e i Salmi manichei in lingua copta.

Bibliografia

A. von Gabain, Das uigurische Königreich von Chotscho, Berlino, 1961; G. Widengren, Mani und der Manichäismus, Stoccarda, 1961; F. Decret, Mani et la tradition manichéenne, Parigi, 1974; M. Tardien, Il manicheismo, Cosenza, 1988.

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