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marāṭhi

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Lessico

agg. e sm. Lingua neoindiana del gruppo indoario derivante dalla lingua pracrita maharashtrī, e che comprende numerosi dialetti (deshī, su cui si fonda la lingua letteraria, berarī, varhādī e konkānī, parlata nella colonia portoghese di Goa e che si differenzia maggiormente dagli altri dialetti). Il marāṭhī è correntemente scritto in caratteri devanagarici ma fino al sec. XVIII anche in caratteri modi.

Letteratura

La letteratura in lingua marāṭhī è una delle più ricche e antiche dell'India. Primi reperti sono rappresentati da due iscrizioni: quella risalente al sec. X rinvenuta ai piedi del monolite di Gomatesvara, e l'ormai famosa lapide di Pandhārpur, incisa in marāṭhī puro. Fra il sec. XII e il XIII due sette religiose in conflitto dettero forma a due diverse correnti letterarie. La prima, il Vārkari Panth, si rifaceva alla tradizione vedantica; la seconda, la Mahanaubhava, aveva scopi chiaramente anticlericali. Quest'ultima venne perseguitata a lungo, ma ebbe modo egualmente di produrre due opere importanti: la biografia Līlā carita (Vita di Līlā) a opera di Mhai Bhat, e la raccolta Siddhāntasūtra di Kesobas. Più fortuna ebbe il Vārkari Panth, che annoverò tra i suoi seguaci i due massimi poeti medievali, ovvero Mukundaraja (sec. XII-XIII), autore del poema didattico Vivekasindhu (Oceano del discernimento), e soprattutto il grande mistico e riformatore Jnānadeva (1275-1296), il cui apporto alla poesia devozionale è ancora avvertibile. L'avvento dei musulmani nel sec. XIV appannò la produzione letteraria che si trascinò pesantemente fino al sec. XVIII, il secolo artisticamente più fiorente dell'epoca media. In esso operò il “santo triumvirato”, composto da Tukāram (1607-1649), autore di smaglianti inni mistici (abhanga) e unificatore spirituale del Maharashtra, Muktesvara (1608-1649), che trascrisse in marāṭhī il Mahābhāratae il Rāmāyana, e il riformatore Rāmadas (1608-1682), guida spirituale del grande monarca Shīvaji e autore dell'opera dottrinale Dāsabodh (La fede di Dāsa). La decadenza artistica marāṭhī iniziò dopo l'ottimo narratore Moropant (1729-1794), che ebbe schiere d'imitatori, e si protrasse fin dopo il definitivo insediamento britannico. Fu K. K. Damle Keshavsut (1866-1905) a riscattare la poesia dal suo gravame di retrivo tradizionalismo cortigiano, facendone un mezzo espressivo moderno e rigoroso. A lui fecero seguito poeti di vaglia quali N. Gupta “Bee” (1872-1947), B. Tambe (1874-1941), Borkar e soprattutto Mardhekar (1907-1956), l'amaro cantore della realtà, nonché un autentico esercito di prosatori, quali il grande oratore rivoluzionario Tilak (1856-1920), H. N. Apte (1864-1919) e V. S. Kandekar, che fanno della letteratura marāṭhī una delle più vivaci e produttive dell'India.

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