Questo sito contribuisce alla audience di

matèria (filosofia)

Guarda l'indice

Descrizione generale

Principio costitutivo della realtà sensibile nel significato filosofico originario. Nel pensiero antico materia è, nella composizione delle cose, l'elemento passivo, femminile, caotico, che riceve una forma, in contrasto con quello attivo, formante: nei pitagorici la materia è assieme padre e madre, matrice delle cose; presa a sé costituisce l'elemento opaco, informe, caotico; in realtà si presenta sempre unita a una forma, per cui non è perfettamente identificabile. Nei presocratici la materia è l'elemento indistinto da cui le cose traggono origine; talora è concepita come un insieme di particelle. Per Platone la materia è l'elemento negativo, resistente all'impressione della forma che proviene dal mondo divino, è il ricettacolo oscuro delle forme, la causa della presenza del male (come corruzione, privazione di forma) nel mondo e la ragione dell'instabilità del mondo sensibile. Per Aristotele la materia è invece il sostrato di ogni mutamento, di ogni movimento di forma; è un principio delle cose, costitutivo della corporeità. Così concepita, la materia è pura indeterminatezza, conoscibile solo indirettamente, arguendone l'esistenza in quanto necessaria per la composizione della realtà. In tal senso sorge un significato di materia come potenza, pura capacità, che non è nulla ma che può divenire qualcosa. La materia, così definita, di per sé presa è un non-ente. Aristotele porta al suo massimo sviluppo l'eternità della materia come principio. Nello stoicismo la materia ha di nuovo una connotazione fisica: è l'elemento passivo dell'Universo, ma conferisce la corporeità agli enti. Plotino e il tardo platonismo affermano che la materia non è vita, né anima, né intelletto, né forma, è priva di ogni determinazione e non ha neppure l'essere. In quanto indeterminatezza si trova anche nell'intellegibile, dove però, per l'unità di esso, assume le proprietà dell'ente; in quanto congiunta con il concetto di totale alterità è l'indeterminatezza caotica dalla quale è tratto il mondo sensibile. Nel pensiero cristiano la materia, pur mantenendo il generale significato platonico d'informità originaria, non è in sé negatività, in quanto creata da Dio, ed è l'aspetto potenziale di ogni creatura, angelica e terrestre. Nella dottrina medievale dell'ilemorfismo, cioè della materia e forma universali, l'intreccio di materia e forma concerne ogni creatura e significa la composizione degli esseri nei due principi. Nel pensiero rinascimentale la materia viene studiata nella sua positività: Telesio la pensa come visibilità e corporeità; Bruno e Campanella la identificano con la natura; per Bruno la materia ha nel suo seno tutte le forme complicate, e queste vengono tratte alla luce come natura. In Cartesio la materia ha perduto ogni significato metafisico e viene definita in termini essenzialmente fisici: in particolare la materia è estensione, movimento, e le sue proprietà oggettive sono esprimibili in rapporti matematici; esse sono valide per ogni materia, e di conseguenza cade ogni distinzione tra materia celeste incorruttibile e materia terrestre corruttibile. Spinoza considera la materia estesa un attributo della sostanza divina; Leibniz invece definisce la materia come forza, attività, energia: tale concezione si svilupperà nel pensiero romantico in congetture sulla natura con prospettive teosofiche. Dalla considerazione della materia come realtà alla quale sono riconducibili proprietà originarie, nasce la moderna dottrina materialistica che nell'evoluzionismo ottocentesco ha la sua espressione più tipica. Nel pensiero contemporaneo la sempre maggior matematizzazione della materia ha fatto abbandonare il problema stesso della materia come principio, sostanza della realtà.

Materia e forma

Termini correlativi e complementari che indicano i principi costitutivi della realtà. Con Aristotele la struttura degli enti si spiega in termini di materia e forma in quanto ogni cosa consta di un principio indeterminato e di un principio determinante: corrispondono a potenza e atto nel senso che ogni ente ha un movimento, un divenire che è passaggio dalla materia alla forma, cioè consiste nel realizzare una forma. Solo Dio è totalmente atto, quindi soltanto forma, e non presuppone una materia. Tale concezione della struttura delle cose è detta appunto ilemorfismo, e dopo Aristotele rimane nella filosofia occidentale, utilizzata sia dal platonismo successivo sia dal pensiero cristiano. Nel Medioevo si sviluppa la teoria dell'ilemorfismo universale, secondo la quale materia e forma non sono entità sussistenti separatamente, ma ogni realtà immateriale o materiale è sia materia che forma: gli angeli hanno una materia così come la corporeità ha una forma che nella tradizione francescana è identificata nella luce. San Tommaso si oppose a questa dottrina affermando che mentre potenza e atto sono concetti che valgono per tutti gli enti, materia e forma valgono solo per quelli corporei: la materia è connotazione propria dell'elemento che costituisce la realtà sensibile. Nel Rinascimento, con G. Bruno, è ripresa la tesi neoplatonica della materia e forma come costitutiva di tutto l'universo, tanto degli esseri spirituali come della natura. Con Kant i concetti di materia e forma assumono un significato non più metafisico, ma logico-trascendentale; per materia Kant intende il materiale della conoscenza, il molteplice dei fenomeni, a cui l'attività del soggetto conferisce l'unità di una forma determinandolo come oggetto.

B. Russell, The Analysis of Matter, Londra, 1972; F. Lieben, Vorstellung vom Aufbau der Materie im Wandel der Zeiten, Vienna, 1953; J. Barnes, M. Mignucci, Matter and Metaphysics, Napoli, 1988.