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monachésimo o monachismo

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Definizione

sm. [sec. XVI; da monaco]. Costituzione di comunità monastiche volte a realizzare nel “mondo” una società “extramondana”. In termini storico-religiosi si direbbe che mentre le religioni etniche sono volte a edificare sacralmente un determinato gruppo umano (clan, tribù, Stato, ecc.), il monachesimo è lo sforzo di un gruppo umano per l'edificazione di una determinata idea religiosa. Questa idea è sostanzialmente la salvezza assoluta che impone la rottura con il mondo e con ogni tipo di vita di relazione. È proprio delle religioni di salvezza, quali il cristianesimo e il buddhismo, nel cui ambito si sono avuti i principali modelli monastici.

Monachesimo cristiano

"Per la nascita e la diffusione del monachesimo vedi cartine al lemma del 13° volume" La forma originaria e più radicale del monachesimo cristiano, istituzione nella quale, mediante l'isolamento dal mondo, con la rinunzia ai beni in questo perseguiti (ascetismo) si cerca di raggiungere la salvezza, ma pure l'intimità con Dio, una partecipazionepiù piena e intensa alla realtà divina già quaggiù con la sua contemplazione (misticismo), fu quella degli anacoreti (eremiti), che vivevano del tutto isolati nei deserti di Egitto o Siria fin dal sec. III "Le cartine storiche relative alla nascita e alla diffusione del monachesimo sono a pag. 99 del 15° volume." . Ben presto però per il bisogno di comunanza si vennero costituendo raggruppamenti di anacoreti (laure), con servizio religioso comune. Di qui la genesi del monachesimo cenobitico di cui il primo regolatore fu Pacomio (prima metà sec. IV) in Egitto. Codesti cenobiti si impegnavano a stretta ubbidienza nei riguardi del capo (egumeno, abate) del cenobio, all'osservanza della regola stabilita: vestivano tutti un rozzo saio legato alla vita da una corda, dalle intemperie si difendevano con un cappuccio e una pelle d'ovino. Ciascuno viveva nella propria cella entro il recinto del cenobio, ma in comune prendeva i magri pasti e si riuniva agli altri per la preghiera. Lavoravano entro il chiostro e fuori, evitando però di entrare in relazione con estranei. Non avevano impegno definito col cenobio e potevano pertanto abbandonarlo. Una disciplina più dettagliata e organica il monachesimo cenobitico la ricevette da San Basilio di Cesarea la cui regola ne costituì il fondamento teorico e organizzativo per l'Oriente. Per Basilio il monachesimo è la vita perfetta prospettata dal Cristo nel Vangelo, la quale assicura la salvezza in quanto rappresenta il più deciso distacco dal mondo, ma insieme l'inserzione in una comunità che si propone di realizzare l'amor di Dio nella preghiera comune e l'amor del prossimo nell'assistenza reciproca e a quanti ricorressero per aiuto ai monaci. In Oriente le due forme del monachesimo, l'anacoretica e la cenobitica, perdurarono l'una a fianco dell'altra con forte influsso sulla pietà popolare e sulla teologia per le forme di ascesi e di mistica in esse sviluppatesi e teorizzate da monaci (esicasmo). Il monachesimo orientale ha oggi il suo centro più rappresentativo nella comunità del Monte Athos in Grecia e rivela una rinnovata vitalità nella Chiesa ortodossa di Russia. In Occidente il monachesimo fu prevalentemente cenobitico e sull'esempio dell'Oriente, per iniziativa di San Girolamo, di Sant'Ambrogio, di San Paolino di Nola, si diffuse in Italia nel sec. IV ma anche in Gallia (a Marsiglia, a Lerino), nell'Africa di Sant'Agostino, e poi pure in Spagna e nel Norico, determinando qui anche una polemica teologica circa la validità dell'ascetismo monastico (Giovaniano), destinata a rinascere con Lutero nel sec. XVI. Con meno dirette derivazioni dal monachesimo d'Oriente si presentano in Occidente due regole del monachesimo cenobitico: quella dell'irlandese-celto San Colombano, con irradiazioni sul continente in Germania, Svizzera, Italia (a Bobbio, fine sec. VI-inizi sec. VII), caratterizzata da grande rigore ascetico ma pur essa prescrivente un lavoro di cultura, la trascrizione di codici; e quella del romano-italico Benedetto da Norcia, di ben più ampio, profondo e durevole significato, più moderata nell'ascesi ma più organica nel definire preghiera comune e lavoro con finalità sociali (vedi benedettino, ordine). § Solo per via della generica comunanza dell'aspirazione alla perfezione evangelica nell'imitazione del Cristo e di una pratica ascetica, si possono far rientrare nel solco del monachesimo cristiano gli ordini mendicanti (i “frati minori” di San Francesco d'Assisi, i “predicatori” di San Domenico) del sec. XIII, e con diversità di vita e forme d'azione anche maggiori le “congregazioni di chierici regolari” del sec. XVI (gesuiti, somaschi, teatini, barnabiti, oratoriani). Tutti questi “frati”, del monachesimo mantengono l'impegno della povertà (almeno come singoli), della castità, dell'ubbidienza e in misura più attenuata le pratiche ascetiche (astinenza, veglia, silenzio), la preghiera generalmente in comune, il lavoro soprattutto come assistenza spirituale, come predicazione o insegnamento. Nel mondo d'oggi il monachesimo sia eremitico sia cenobitico mostra segni di ripresa costituendo centri di intensa spiritualità specie liturgica in Francia, Belgio (Solesmes) e in Germania (Beuron, Maria Laach), e ciò anche nell'anglicanesimo e nel calvinismo (Taizé in Francia).

Monachesimo non cristiano

Il fenomeno del monachesimo assunse vaste proporzioni nelle grandi religioni quali il giainismo, il taoismo e il buddhismo. Nel giainismo i veicoli che portano alla salvezza sono essenzialmente destinati ai monaci e i laici vi accedono solo per eccezione e in periodi limitati. I monaci sono tenuti ai “cinque voti”: non uccidere, non mentire, non rubare, rinunciare ai piaceri della carne, rinunciare ai beni temporali. Questi voti sono professati in determinati momenti anche dai laici. Impegni esclusivi dei monaci sono invece la povertà (il monaco vive esclusivamente di elemosina), la pratica della non violenza, la mortificazione dell'orgoglio, della collera, dell'illusione e dell'avidità e la pratica delle virtù della purezza, della veracità e del distacco da ogni cosa, sopportando in completa indifferenza il freddo e il caldo, la fame e la sete, la malattia e ogni altro disagio. A ciò è aiuto e stimolo la meditazione sulla caducità delle cose e sulla miseria del mondo. In origine i monaci non avevano fissa dimora e peregrinavano di terra in terra; più tardi, per influenza del buddhismo, costruirono conventi, dove i novizi erano preparati alla consacrazione e prendevano i voti; ivi i monaci s'incontravano durante la sosta delle loro peregrinazioni. Il taoismo cinese fu in origine un movimento mistico e predicava la fuga dalla collettività statale per sottrarsi alle sue contaminazioni e ritrovare il Tao (Vita) nel ritorno alla natura. I primi taoisti furono probabilmente eremiti; solo piùtardi si raccolsero in vita comune monastica. In assenza del sacrificio la vita cultuale in questi conventi si riduceva alla pratica ascetica e al canto di inni in onore del Tao. I neofiti erano accettati con un rito d'iniziazione. Le regole erano molto affini a quelle dei buddhisti: astinenza, segregazione, purezza. Scopo principale del monaco era il raggiungimento dell'immortalità attraverso lunghe pratiche di reintegrazione con il Tao; il monaco però era anche sciamano, evocatore dello spirito dei defunti, esorcista, medico, mago, astrologo, botanico e indovino. Nel buddhismo il monachesimo fu un fenomeno assai diffuso e si sviluppò in forme molto varie e flessibili, mancando un'organizzazione vera e propria: l'adesione alla comunità monacale era aperta a tutti attraverso due forme progressive: l'uscita dal mondo (o noviziato) e l'ingresso nella vita religiosa, con la quale il monaco indossava la tunica gialla, mendicava il proprio vitto, predicava i precetti del Buddha. Quando voleva, il monaco poteva ritornare alla vita comune. Altre occupazioni del monaco erano: la recita degli insegnamenti del maestro, lo studio della dottrina, l'elemosina del vitto quotidiano, la confessione ogni quindici giorni, la vita nomade di predicazione nella stagione secca. Nell'ambito della religione ebraica si ha notizia di comunità religiose in aperto contrasto con la religione ufficiale organizzata. Giuseppe Flavio, Filone di Alessandria e Plinio il Vecchio parlano di una setta degli esseni, sulla quale più ampie notizie ci sono giunte dai manoscritti del Mar Morto, scoperti nel 1947: questa comunità viveva nel deserto di Giuda; praticavano il celibato; dopo due anni di noviziato, i suoi membri facevano voto di mettersi al servizio del bene contro ogni forma di male. La comunità era formata da sacerdoti, anziani e popolo, in scala gerarchica. Il fenomeno si esaurì verso il 70 d. C. e si deve interpretare come una reazione al tentativo dei Seleucidi di Siria di ellenizzare la Palestina. Alla scarsa resistenza dell'ebraismo ufficiale gli esseni contrapponevano un rinnovamento radicale della religione quale arma efficace contro ogni contaminazione esterna.

Per il monachesimo occidentale

A. Grilli, Il problema della vita contemplativa nel mondo greco-romano, Milano, 1953; I. Ryan, Irish Monasticism, Londra, 1961; D. Knowles, Les Moines chrétiens, Londra, 1969; M. Pacaut, Monaci e religiosi nel Medioevo, Bologna, 1989.

Per il monachesimo orientale

J. Smolitsch, Das russische Mönchtum, Würzburg, 1953; M. Pastrow, The “nazir” Legislation, Horn-Vienna, 1956; V. H. Dehnard, Das Problem der Abhängigkeit des Basilius von Plotin, Berlino, 1964; I. Pena, La straordinaria vita dei monaci siri, Cinisello Balsamo, 1990.