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moralità

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Lessico

sf. [sec. XIV; dal latino tardo moralítas-ātis].

1) L'esser morale; conformità alle norme morali: moralità di un atto; moralità di comportamento.

2) L'insieme delle norme morali, la morale: moralità privata, corrente.In filosofia, Il complesso delle norme di comportamento pubblico o privato comunemente riconosciute e accettate; anche il complesso delle azioni oggettivamente rilevate, degli atteggiamenti collettivi assunti in modo costante, in una parola dei “costumi” che caratterizzano la vita di un popolo, di un gruppo, di una classe o di una categoria sociale.

3) Forma drammatica fiorita in Europa nei sec. XV e XVI, avente fini edificanti e personaggi allegorici e astratti. Originaria della Francia, dove, con le farces e le soties, fece parte del repertorio dei chierici della Basoche e assunse anche colorito politico e satirico, la moralità è indicata da alcuni studiosi come fondamento della commedia moderna. In Italia, testi del genere vennero scritti da G. G. Alione, da A. M. Cecchi, da un gruppo di scrittori comico-gnomici fiorentini a cavallo dei due secoli. Con la Controriforma la moralità confluì nel teatro dei gesuiti (vedi sacra rappresentazione).

Diritto

Moralità pubblica, concetto riferito al buon costume, che intende significare quegli atti o espressioni attinenti non soltanto al pudore e alla sfera sessuale, ma anche al pubblico decoro e alla dignità dei singoli (Codice Penale art. 519 e seguenti). Chi esercita una professione, come l'avvocato o il medico, deve avere una condotta privata “specchiatissima e illibata”, secondo un comune criterio di morale civica (moralità professionale). Al proposito il consiglio dei vari ordini ha diritto a esercitare un'attenta vigilanza estensibile anche a particolari di vita di relazione che possono sfuggire all'autorità amministrativa.

Teologia

In senso religioso, la moralità è la qualità di un atto umano che lo definisce come buono o cattivo. Suo fondamento è la libertà, sua essenza la relazione con la legge eterna di Dio e con la retta ragione, per cui sarà buono, se conforme alla natura umana e in corrispondenza con l'ordine stabilito da Dio; cattivo, se contrario alla retta ragione e all'ordine divino. Fra gli autori cattolici vi è qualche differenza nel definire la norma oggettiva e ultima della moralità: per alcuni essa è data dall'ordinamento delle cose al loro fine ultimo; per altri dall'ordine essenziale delle cose. Ma, ammesso che la natura umana è in ultima analisi l'essenza data da Dio come principio operativo in ordine al suo fine ultimo, è chiaro che ogni atto che conviene alla natura umana è nel contempo inteso al conseguimento del suo fine ultimo e varrà quindi la reciprocità: ogni atto che conviene alla natura umana è nel contempo allineato con il conseguimento del fine ultimo e ogni atto che tende al fine ultimo è conforme alla natura umana. La moralità di un atto è desunta anche dalle circostanze (di persona, di fine, di modo, di tempo, ecc.): fra queste il fine è principale in quanto è ciò che realmente muove la volontà a compiere un dato atto. L'atto morale può essere: oggettivo, se conforme o difforme alla legge morale; soggettivo o personale, se l'agente materialmente compie un atto di per sé cattivo, ma nella perfetta buona fede che il suo atto sia buono; intrinseco, quando la moralità dell'atto deriva direttamente dalla sua natura (per esempio la bestemmia); estrinseco, se la moralità ha come fondamento una legge positiva (per esempio confessarsi e comunicarsi almeno una volta all'anno).