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mortalità

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Lessico

sf. [sec. XIV; da mortale].

1) L'essere mortale, cioè soggetto a morte; per estensione, caducità delle cose.

2) In statistica, insieme dei casi di morte verificatisi in una data popolazione: tasso o quoziente o indice di mortalità generale, il rapporto fra i morti in un dato ambito territoriale, in un dato intervallo di tempo (di solito un anno), e la popolazione media dell'intervallo. Il rapporto viene di solito moltiplicato per 1000.

Statistica: mortalità specifica

La mortalità oltre che per l'insieme della popolazione viene studiata anche per determinati gruppi di essa (mortalità specifica). In si parla di: mortalità antenatale (o fetale), con riferimento alla frequenza degli aborti e dei nati morti sul totale dei nati (o dei soli nati vivi); natimortalità, con riferimento alla frequenza dei nati morti sul totale dei nati (o anche qui dei soli nati vivi); mortalità neonatale, con riferimento alla frequenza dei morti nella prima settimana o nel primo mese di vita sul totale dei nati; mortalità perinatale, con riferimento all'insieme della natimortalità e della mortalità neonatale; mortalità infantile, con riferimento al rapporto fra i morti nel primo anno di vita e i nati vivi. La mortalità è uno dei due fattori determinanti il movimento naturale della popolazione, in particolare è il fattore negativo. Il suo livello, cioè quello del quoziente generico di mortalità, dipende sia dalla struttura per sesso, età, stato civile, ecc. della popolazione, sia dalle condizioni igieniche, economiche e sociali in cui vive. L'importanza della struttura per età della popolazione ai fini di una corretta comparazione della mortalità di Paesi diversi appare evidente se si considera, per esempio, che la Svezia ha un tasso di mortalità superiore a quello del Venezuela (rispettivamente 10,7‰ e 4‰ nel 1999) pur essendo il livello di benessere della prima chiaramente superiore a quello del secondo. Questo avviene soprattutto perché in Svezia la proporzione di persone anziane, e quindi più esposte al rischio di morte, è oltre cinque volte quella del Venezuela. L'andamento della mortalità secondo l'età trova la sua tipica espressione grafica nella curva di Lexis e la sua espressione numerica nelle tavole di mortalità.

Statistica: la curva di Lexis

Nella curva di Lexis, la cui forma è ritenuta valida per la maggior parte delle popolazioni concrete, è possibile identificare un primo valore massimo in corrispondenza del primo anno di vita; tale numero si contrae rapidamente nel secondo anno fino a raggiungere i valori più bassi intorno a 10 anni. Comincia poi gradualmente ad aumentare e nelle popolazioni più sviluppate, tra cui l'Italia, raggiunge il secondo massimo, assoluto, intorno agli 80 anni. È chiaro che negli anni successivi il numero assoluto dei morti torna a diminuire essendosi ridotta la popolazione esposta al rischio di morte (questo non avviene per il quoziente di mortalità specifico, cioè per il rapporto fra i morti e la popolazione di quell'età). Va in proposito notato che mentre la mortalità nelle età più anziane non diverge sensibilmente da popolazione a popolazione, quella infantile (soprattutto la mortalità infantile esogena, cioè dovuta a fattori igienico-ambientali, cui si contrappone quella endogena dovuta a cause congenite) risente in sensibilissima misura delle condizioni socio-economiche che caratterizzano i diversi aggregati demografici. Da qui l'importanza di quest'ultimo fenomeno come indicatore del grado di sviluppo economico di un Paese. Premesso che la comparabilità dei dati a livello internazionale è ostacolata dal diverso modo di giudicare la vitalità di un nato (quello che per la legislazione di taluni Paesi è un nato vivo, per quella di altri è un nato morto), a titolo indicativo si può ricordare che popolazioni come quelle del Messico e dell'Egitto hanno un quoziente di mortalità infantile pari rispettivamente al 16,4 e al 71‰ (1997) contro il 3,6‰ della Svezia e il 4,1‰ della Finlandia. Le differenze che si riscontrano nell'ambito internazionale si riscontrano anche nell'ambito territoriale italiano: qui il quoziente di mortalità generale (9,8‰ nel 1999) ha un campo di variazione che va dal 13,9‰ della Liguria al 7,8‰ della Campania. Il tasso di mortalità infantile (6‰ nella media nazionale) varia dal 9‰ della Sicilia al 4‰ del Friuli.

Statistica: le tavole di mortalità

Valori ancora più significativi di quelli descritti ai fini della valutazione del livello di mortalità di una popolazione si leggono nelle cosiddette tavole di mortalità. Queste sono prospetti numerici che descrivono le modalità di estinzione di una popolazione sulla base dell'esperienza mortuaria di un dato periodo preso in considerazione. In altre parole, dato un certo livello di mortalità di una popolazione concreta, le tavole indicano come una generazione di individui si estingue alle successive età da.0 all'età finale. I valori in esse riportati, le cosiddette costanti (o funzioni) biometriche, sono: le successive età x; i sopravviventi alle varie età lx; le probabilità di morte qx, cioè la probabilità che un individuo di età x ha di morire prima di aver raggiunto l'età successiva x+1 (il complemento a 1 dei qx si chiama probabilità di sopravvivenza, px), il numero dei morti in età compresa fra x e x+1, la vita media all'età x (o speranza di vita), la vita mediana all'età x (o vita probabile). La vita media ex è il numero di anni che ogni individuo di età x può sperare ancora di vivere qualora la durata della vita vissuta oltre quella età da tutti gli individui del gruppo venisse ripartita equamente tra essi. Il valore più utilizzato nelle statistiche sociali è la vita media alla nascita e0, cioè il numero di anni che ogni individuo della popolazione osservata può sperare di vivere nascendo. Il valore di e0 è in realtà il più significativo ai fini di un'analisi dell'effettivo livello della mortalità di un aggregato demografico, in quanto esso è determinato dalle condizioni di sopravvivenza proprie di tutte le età comprese nell'intervallo considerato. Si è notato, per esempio, che il quoziente di mortalità del Venezuela è inferiore a quello della Svezia e si è visto anche perché: la vita media alla nascita dei due Paesi conferma che l'effettiva mortalità del primo è superiore a quella dell'altro. Se i Venezuelani alla nascita possono sperare di vivere in media 73 anni, gli Svedesi possono sperare di viverne ca. 80 (in Italia e0 è di 79 anni). La vita mediana, π, è il numero di anni che deve trascorrere perché il gruppo di individui di età x si riduca alla metà, è cioè il numero di anni che ogni individuo di età x ha il 50% di probabilità di vivere ancora. Le tavole di mortalità possono essere per generazioni o per contemporanei, secondo se costruite con riferimento alla mortalità di una generazione di individui (cioè nati nello stesso anno) o a quella di un gruppo di contemporanei (cioè nati in anni diversi ma viventi nello stesso intervallo temporale). Di solito, data la difficoltà di seguire le vicende di un'intera generazione dalla nascita alla morte, si costruiscono tavole per contemporanei ricorrendo a un particolare schema grafico detto di Zeuner-Becker-Lexis. Va infine ricordato che la serie degli lx non rappresenta un'entità concreta di sopravviventi, ma i sopravviventi che, date certe probabilità di morte riferite a una popolazione concreta, si avrebbero partendo da un contingente fittizio di individui (detto radice della tavola e di solito fatto uguale a 100.000) ipoteticamente nati in uno stesso anno di calendario. La mortalità incide differentemente non solo sulle diverse età, ma anche sui sessi, sui ceti sociali, ecc. È noto per esempio il fenomeno della supermortalità maschile: in Italia su 1000 maschi ne muoiono 10,2; su 1000 femmine 9,2 (1996). Il fenomeno ha carattere di generalità per ogni aggregato demografico tanto che numerosi studi sono stati compiuti sulle sue possibili cause (genetiche, fisiologiche, sociali) senza però pervenire mai a una teoria univoca.

Demografia

L'evento morte non colpisce tutti in ugual misura, per esempio, gli uomini sono più soggetti delle donne a tutte le età e la mortalità è più evidente nelle età anziane e nella primissima infanzia, inoltre vi sono alcune cause di morte che hanno maggiore rilevanza di altre, e così via. Un primo dato interessante da notare è come si registri un continuo allungamento della vita: nel nostro Paese nel 1984 sono deceduti 108 uomini e 287 donne ultracentenari. Appena un anno dopo i decessi di ultracentenari sono più che raddoppiati passando rispettivamente a 287 per i maschi e 354 per le femmine. Da uno studio condotto su 14 Paesi europei e il Giappone, negli anni Cinquanta si sono avuti 1529 decessi di ultracentenari maschi e 3325 decessi di ultracentenarie. Negli anni Ottanta i decessi di ultracentenari sono cresciuti di otto volte per i maschi e di ben 15 volte per le femmine, sottolinenando da un lato il progressivo allungamento della vita e dall'altro che sono le donne a usufruire di più di questo vantaggio. Sempre dallo stesso studio, è emerso che negli anni Ottanta vi erano ben tre donne con l'età accertata di 114 anni ancora in vita. Ciò mette in risalto che l'umanità si sta avvicinando rapidamente al limite teorico di 120 anni posto dai biologi come sopravvivenza massima. Sul fronte opposto, occorre prestare attenzione alla mortalità che interviene nella primissima infanzia o ancora prima che avvenga la nascita. Si definisce mortalità fetale l'eliminazione dei prodotti del concepimento prima della scadenza naturale della gravidanza. Rientrano in questa categoria gli aborti e i nati morti. Nella mortalità infantile ci si riferisce ai bambini, nati vivi, che muoiono prima del compimento del primo compleanno. La distribuzione dei bambini morti in questo primo anno di vita non è lineare nel tempo in quanto la mortalità è fortemente concentrata nel primo mese di vita, e in questo ambito nella prima settimana di vita. Si parla di mortalità neonatale precoce quando si ha riguardo ai morti nella prima settimana di vita e mortalità neonatale tardiva quando nel calcolo dei quozienti si tiene conto dei morti della seconda, terza e quarta settimana di vita. La mortalità infantile nella prima settimana di vita viene considerata come una natimortalità ritardata: le malformazioni o le deficienze fetali avrebbero portato a un nato morto, ma il feto è riuscito a nascere vivo per poi morire nei giorni immediatamente seguenti. Questo, intorno al momento della nascita, è un punto focale nello studio della eliminazione fetoinfantile tanto che si studia la mortalità perinatale costituita dalla somma della natimortalità e della mortalità neonatale precoce, comprendendo, cioè, sia i nati morti sia i nati vivi che muoiono nella prima settimana di vita. In Italia la natimortalità si aggirava su 25-30 nati morti per ogni 1000 nati vivi ancora negli anni Cinquanta. In epoca più recente si è ridotta a valori del 10-15‰. Ciò è dovuto al miglioramento delle tecniche diagnostiche e delle metodologie mediche che consentono un tasso maggiore di sopravvivenza. La diminuzione della mortalità infantile in Italia è stata ancora più rilevante: un secolo fa moriva un bambino su cinque prima del compimento del primo compleanno, ma nel corso degli anni si sono raggiunti livelli “fisiologici”: nel 1999 si sono avuti 6 bambini deceduti nel primo anno di vita per ogni 1000 nati vivi, ma le differenze territoriali sono ancora molto forti: valori bassi si riscontrano in Friuli-Venezia Giulia (4), Valle d'Aosta (4,3) e Lombardia (4,4); valori più elevati si trovano in Sicilia (9), Abruzzo (7.9) e Calabria (7,4). La mortalità tra il primo anno di vita e le età estreme (in demografia si indica con w l'età alla quale non arriva l'ultimo sopravvissuto della popolazione che quindi muore dopo aver compiuto il compleanno w–1) costituisce il capitolo della mortalità generale. Il tasso di mortalità (numero di morti in un anno per ogni 1000 abitanti) è sceso in Italia al di sotto del 10‰ già da diversi anni. Questa misura è, però, troppo generica e, anche se correntemente utilizzata, viene sostituita da altri indicatori che meglio rappresentano la tendenza all'allungamento della vita. Per lo studio della struttura della mortalità si fa ricorso alle tavole di mortalità che sono costruite sulla base della esperienza di mortalità che una popolazione ha subito recentemente. Una delle caratteristiche biometriche della tavola di mortalità è la vita media o speranza di vita che indica il numero degli anni che un individuo di età x può sperare ancora di vivere. Molto usata è la speranza di vita alla nascita (e) che rappresenta quanti anni in media un neonato può aspettarsi di vivere. È questa una misura corrente dell'allungamento della vita. Dati certi indicano ormai che nei Paesi europei la vita media ha superato i 70 anni per gli uomini ed è vicina agli 80 per le donne. Secondo le statistiche del Consiglio d'Europa in Italia in media un uomo può sperare di vivere 76 anni mentre una donna ha davanti a sé almeno 82 anni. In Francia la vita media maschile e femminile è rispettivamente 74 e 82. Nei Paesi europei il record spetta all'Islanda per il sesso maschile (78 anni) e a San Marino (85) per le donne. Nella parte orientale del continente europeo si vive anche 15 anni di meno che nell'Unione Europea: in Estonia 64 per i maschi e 75 per le femmine, Lituania rispettivamente 66 e 77, Romania 69 e 73, Federazione Russa 61 e 73.

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