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musical comedy

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Lessico

loc. inglese (propr. commedia musicale). Genere teatrale anglosassone nel quale, su una trama più o meno solida, s'inseriscono canzoni, balletti, sketches comici e brani musicali.

Teatro

La musical comedy ebbe origine a Londra e a New York verso la fine del sec. XIX e in essa confluirono numerosi elementi tratti da altre forme del teatro minore ottocentesco, dal burlesque alla similare extravaganza, dall'operetta viennese alla comic opera britannica di Gilbert & Sullivan, dalla pantomima all'arlecchinata. Fu negli Stati Uniti, più esattamente a Broadway, che la musical comedy assunse una sua precisa fisionomia, sino a diventare la forma più rappresentativa di quel teatro, e a parere di alcuni il principale contributo, o almeno il più originale, dato dall'America alla storia dello spettacolo. Il termine venne usato per la prima volta nel 1879 per The Brook di N. Salisbury, ma la formula venne perfezionata soltanto negli anni precedenti la prima guerra mondiale dall'attore, autore e musicista George M. Cohan che fissò il prototipo della vicenda-pretesto (di solito un amore tenuamente contrastato e alla fine trionfante) da riempire con balletti, scenette comiche, canzoni sentimentali, numeri vari e gran finale sino a creare uno spettacolo caratterizzato soprattutto da un ritmo dinamico e travolgente tipicamente americano, come del resto la schietta volgarità del linguaggio e l'ingenuo sentimentalismo degli intrecci e delle melodie. Gli anni tra le due guerre videro affermarsi compositori di grande vena e librettisti e parolieri di notevole raffinatezza. La musical comedy divenne un genere tipicamente newyorkese, vivace, spregiudicato, spiritoso, grazie ad autori come Cole Porter, Irving Berlin, la coppia Rodgers-Hart (Pal Joey, 1940) e George Gershwin (Of Thee I Sing, 1931), mentre compositori d'origine austriaca, quali Romberg e Friml, si erano sforzati di aggiornare le vecchie ricette dell'operetta e Jerome Kern aveva dato con Show Boat (1927) forse la più grande musical comedy di tutti i tempi e uno dei primi esempi di quella che sarebbe stata la musical comedy degli anni Quaranta e Cinquanta. Librettista e paroliere di Show Boat fu Oscar Hammerstein II che esercitò le stesse funzioni per Richard Rodgers in una serie di neo-operette rivolte all'intera nazione, trionfalmente inaugurata nel 1943 con Oklahoma!, che inserivano le componenti dinamiche della musical comedy americana in trame un po' più coerenti dando loro dei contenuti “pensosi”, da dramma vero e proprio più che da mero spettacolo d'intrattenimento. Gli anni successivi videro esempi di musical comedy alla vecchia maniera (come Annie Get Your Gun di Berlin, Kiss Me Kate di Porter, Guys and Dolls di Loesser) ma soprattutto tante musical plays come si chiamavano più pretenziosamente le opere nate sulla scia di Oklahoma! (South Pacific, The King and I e The Sound of Music di Rodgers e Hammerstein; Brigadoon, My Fair Lady di Lerner e Loewe, ecc.). Si adattarono al metro di Broadway testi letterari, commedie di successo e biografie di personaggi famosi, mentre aumentavano enormemente i costi di produzione e, nei casi di successo, il numero delle repliche e i guadagni. Artisticamente il contributo di maggior rilievo lo diedero alcuni coreografi (primo fra tutti Jerome Robbins con le regie di West Side Story, Gypsy e Fiddler on the Roof) che portarono nel teatro d'intrattenimento la lezione del balletto moderno. In anni più recenti alla musical comedy si è contrapposto un altro tipo di teatro musicale che ha tratto ispirazione dalla nuova musica e dalle nuove immagini di un pubblico più giovane (esempi famosi Hair e Jesus Christ Superstar) e Broadway lo ha accolto con favore, pur senza cessare di produrre spettacoli di tendenze più tradizionali. La ricetta della musical comedy americana ha trovato imitatori anche in altri Paesi. In Italia tra i suoi esponenti si sono distinti Garinei e Giovannini, i cui spettacoli fondevano due grandi tradizioni nazionali, quella del melodramma e quella del teatro di rivista.

Cinema

Nel cinema la musical comedy o semplicemente il musical ebbe sviluppo con gli inizi del sonoro e trovò la forma definitiva negli anni Trenta, grazie alle personalità del coreografo B. Berkeley e del ballerino F. Astaire: il primo coi suoi spettacoli fastosi e monumentali, ma di precisione millimetrica, concepiti appositamente per lo schermo (si disse che preferiva far ballare la cinepresa piuttosto che i danzatori); il secondo col suo stile più raccolto e personale, aperto alle suggestioni eleganti della commedia sofisticata e raffinate della musica di G. Gershwin e J. Kern. Nei due decenni successivi il genere subì un incremento quantitativo ma affermò anche un'evoluzione qualitativa, i cui meriti vanno equamente ripartiti tra il regista V. Minnelli, con la sua ironica e raffinata fantasia antirealistica, e il tandem G. Kelly-S. Donen, che scelse una tecnica più diretta e popolare in ambienti reali. Linea, quest'ultima, che sostanzialmente si ritrova negli esempi successivi (da West Side Story, 1961, a Cabaret, 1972) e nei coreografi J. Robbins e B. Fosse, anche se la commedia musicale o il film-rivista come erano concepiti all'epoca d'oro hanno ormai lasciato spazio a un genere nuovo di superproduzione musicale, in cui sempre più frequentemente si cimentano registi e attori legati a tutt'altra tradizione, e spesso sulla scorta di precedenti successi teatrali, come, per esempio, A Chorus Line, portato sullo schermo nel 1985 da R. Attenborough.