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nazionalismo

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Definizione

sm. [sec. XIX; dal francese nationalisme]. Dottrina e prassi politica che, deformando ed esasperando i principi relativi all'idea di nazione e di nazionalità elaborati dal pensiero sette-ottocentesco, tende a sopravvalutare il primato dell' “entità nazionale”, spesso in polemica con le dottrine liberali e democratiche, con il marxismo e le ideologie socialistiche.

Cenni storici

L'esasperazione e strumentalizzazione nazionalistica del concetto di nazione, sorto con la Rivoluzione francese e sviluppato dal Romanticismo e dai movimenti patriottici risorgimentali, sono tipici dell'Ottocento e, ancor più, del Novecento. Il nazionalismo appare pertanto un fenomeno caratteristico dell'età contemporanea, tanto che il termine comparve per la prima volta in Francia e in Germania soltanto dopo il 1750 e in Inghilterra solo all'inizio dell'Ottocento. Un'origine del nazionalismo può essere rintracciabile in quel filone di pensiero tedesco (J. G. Fichte, J. G. Herder, F. Schlegel,C. F. Schiller) che, tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX, concepì la nazione come entità prevalentemente etnica, naturalistica e linguistica. Più problematico è invece stabilire una derivazione ideale diretta del nazionalismo dalle rivoluzioni nazionali ottocentesche. È vero infatti che queste ultime non furono esenti da impliciti rischi nazionalistici: basti pensare al concetto mazziniano di “missione”, per cui ciascun popolo incarna uno specifico compito assegnatogli da Dio, compito che può prevalere sulle altre “missioni” nazionali (secondo Mazzini l'Italia avrebbe dovuto in questo senso primeggiare sulla Francia rivoluzionaria e giacobina) e trasformarsi così in quell'idea di “primato” di un paese sugli altri esplicitamente teorizzato per la penisola da V. Gioberti. Ma è non meno vero che il nazionalismo del XIX secolo si è ispirato a quei criteri di moderazione e libertà che i nazionalismo novecenteschi hanno invece man mano abbandonato. I movimenti nazionali sorti in Europa e nelle colonie spagnole dell'America Latina durante la prima metà dell'800 si proponevano infatti di creare complessi statali omogenei sulla base della comunanza di caratteri etnici, linguistici, culturali ed economici tendenzialmente conviventi in maniera paritetica con altre realtà nazionali; viceversa le correnti nazionalistiche che iniziarono ad emergere già nella seconda metà del XIX secolo ed ebbero il loro culmine nel secolo seguente si fondarono sull'esaltazione della potenza nazionale nel quadro di una visione concorrenziale con le altre nazioni, legandosi alle concezioni politiche antidemocratiche e alle spinte espansionistiche dei grandi Stati europei in lotta per la supremazia. Così inteso il nazionalismo ha ispirato vari movimenti all'inizio del '900, è stato poi componente essenziale dei regimi totalitari sorti in Europa tra le due guerre mondiali e si è infine diffuso dal secondo dopoguerra nel resto del mondo, dove ha caratterizzato prima i processi di decolonizzazione e in seguito le risorgenti spinte etniche e indipendentistiche dell'ultimo scorcio del XX secolo. S'intuisce come, data questa evoluzione, il nazionalismo si sia mescolato ad altre ideologie politiche – conservatorismo, razzismo, liberalismo, ma anche comunismo – e ad aspirazioni etniche, autonomistiche o di opposizione interna a determinati regimi, assumendo nella storia e nella cultura contemporanee un'elasticità e molteplicità di significati di cui è testimonianza la varietà di classificazioni di cui è stato oggetto. Si è così distinto tra un nazionalismo umanitario (riconducibile per esempio alla riflessione di J.-J. Rousseau) di ispirazione illuministica e progressista; un nazionalismo giacobino, più “religioso” che razionale, intollerante ed elitario; un nazionalismo tradizionalista (rappresentato da E. Burke in Gran Bretagna e L. de Bonald in Francia), controrivoluzionario e alimentato dalla resistenza antinapoleonica; un nazionalismo liberale (K. W. von Humboldt, F. Guizot, G. Mazzini), non reazionario e fautore delle libertà individuali, politiche, economiche e religiose; un nazionalismo integrale (proprio per esempio dell'Action française), autoritario, monarchico, antiliberale e celebrativo della potenza nazionale; un nazionalismo economico che, sulle basi dei principi enunciati da F. List, considerava la nazione come ente economico oltre che politico e propugnava necessario per il benessere dei cittadini lo sviluppo delle forze produttive nazionali (materiali e intellettuali) da tutelare soprattutto mediante il protezionismo. Altra distinzione è quella tra il nazionalismo occidentale – di derivazione illuministica e sfociato nella nascita di società aperte e pluralistiche – e quello orientale – all'origine di società chiuse, essenzialmente autoritarie e votate all'espansione perché concepite come superiori alle altre. Altri ha distinto un nazionalismo integrativo, sviluppatosi tra il 1815 e il 1870 e capace di costituire una forza ideologica unificante di popoli ed ordinamenti già divisi e frammentati (come l'Italia e la Germania), da un nazionalismo smembrante, maturato tra il 1870 e il 1890 in alcune minoranze etniche dell'Impero ottomano e di quello austro-ungarico; forme entrambe diverse dal nazionalismo aggressivo portato ad esasperare negli anni dal 1900 al 1945 lo scontro tra interessi nazionali divergenti, fino a far detonare il secondo conflitto mondiale, e dal nazionalismo anticolonialista, diffusosi dal 1945 in poi. D'altra parte il nazionalismo è stato anche interpretato come inevitabile conseguenza dell'avvento della società industrializzata di massa, che per realizzare l'obiettivo della crescita economica abbisogna dell'unificazione dei mercati nazionali, di una cultura comune a tutti gli strati sociali e della perenne mobilitazione delle forze produttive; ovvero è stato visto come forza di coesione psicologica che esprimerebbe la continuità generazionale dei popoli in termini pseudo-religiosi, particolarmente attraenti in un'età di declino della fede quale quella contemporanea. Per altri versi la prospettiva socio-antropologica ha letto nel nazionalismo una sedimentazione storica delle etnie premoderne, esistenti molto prima della comparsa dei movimenti nazionalistici e delle stesse nazioni. In questa ottica “primordialista”, i gruppi etnici appaiono la base culturale di lungo termine su cui s'innestano i fenomeni del nazionalismo contemporaneo che ha quasi sempre fatto propri i simboli della continuità familiare, del sangue, della terra madre, della memoria atavica. L'etnia in tal senso può inizialmente limitarsi alla classi superiori, determinando un modello di Stato aristocratico che poi, burocratizzandosi, fa filtrare verso gli strati sociali inferiori la cultura etnica dominante e instilla un patriottismo civico, come accaduto in alcuni Stato occidentali (Spagna, Inghilterra, Francia); oppure manifestarsi in forme più compatte e chiuse verso l'esterno, in cui un'élite indigena riscopre una propria storia e cultura etnica, diffonderla nelle classi popolari per galvanizzarne così in senso nazionalistico miti e memorie. Infine può darsi la possibilità che alcuni membri si distacchino dall'etnia originaria e fondino una nuova comunità cui in seguito si aggiungono immigrati appartenenti a culture diverse, come nel caso degli Stati Uniti d'America, dando luogo in tal caso ad una società pluralistica in cui le nuove culture etniche possono essere assimilate a quella originaria dei pionieri (melting pot) ovvero rimanere ciascuna separata in una celebrazione della diversità multiculturale. In quest'ultima prospettiva il nazionalismo etnico non appare necessariamente intollerante, esclusivo e contrapposto a quello umanitario, liberale e civico, per definizione aperto perché basato non su legami etnici ma sulla convivenza in un unico territorio di una comunità di cittadini eguali di fronte alla legge. Nonostante tutte queste classificazioni, però, e malgrado i suoi cangianti significati, il nazionalismo storicamente appare una specifica ideologia poggiante sull'affermazione che il mondo è diviso in nazioni, che la nazione è la fonte del potere politico, che un popolo possiede un senso d'identità (etnica, linguistica o culturale o politica che sia) e d'unità nazionale (territoriale, ma anche sociale: onde l'impossibilità di ammettere distinzioni interne di classe, lingua, religione e simili) da salvaguardare in piena autonomia. Corollario di queste asserzioni è che un mondo di nazioni può condurre alternativamente alla pace e alla giustizia (nella prospettiva della collaborazione internazionale) o all'antagonismo e in extremis alla guerra (nel caso della prospettiva concorrenziale ed espansionistica). Conseguenze dell'impostazione ideologica nazionalista sono la celebrazione di tradizioni, usanze e leggi peculiari di un popolo, della sua etnostoria, del mito delle origini, di memorie, simboli e vincoli biologici comuni. In questa accezione il nazionalismo ha cominciato a diffondersi in vari paesi europei a partire dalla prima metà dell'800. A quest'epoca risalgono infatti le prime manifestazioni del nazionalismo in Russia, connesse da un lato alla reazione patriottica contro l'invasione napoleonica del 1812 e dall'altro allo scontro tra intellettuali occidentalisti, emulanti il modello economico-culturale dell'Europa occidentale, e slavofili (come Puskin, Gogol e Dostoevskij), inclini invece ad esaltare la tradizione slava connotata da elementi messianici (come l'idea di Mosca “terza Roma”, erede dei romani e dei bizantini grazie ad un nuovo Impero a base religiosa ortodossa). Viceversa negli USA il nazionalismo, fondato sull'assimilazione dell'esperienza costituzionale inglese e sulla coesistenza delle Chiese protestanti, mostrò un volto legalitario, libertario, federalista e multietnico, seppure tutt'altro che esente da spinte razzistiche e da esaltazioni patriottiche congiunte all'affermazione dell'egemonia americana nel mondo. Gli Stati Uniti trassero essenzialmente questi elementi dal nazionalismo inglese, più di ogni altro imbevuto da uno spirito religioso sviluppato negli anni della Rivoluzione puritana ed antimonarchica del XVII secolo, promotrice sia dei principi della libertà di culto, politica ed individuale, sia dell'idea di un'“elezione” provvidenziale della nazione inglese, destinata ad assolvere un ruolo di civilizzazione nel mondo in virtù del suo dominio imperiale. Emblematico in questo senso il pensiero del filosofo e storico scozzese dell'epoca vittoriana Th. Carlyle, passato da un nazionalismo conservatore ed antiliberale ad una visione appunto imperialistica, poi più consapevolmente maturata da altri scrittori e studiosi (Ch. W. Dike, J. R. Seeley, J. A. Crambe, R. Kipling). Limitato inizialmente a gruppi intellettuali, il nazionalismo imperialista britannico divenne forza politica attivamente operante con l'avvento al governo di B. Disraeli (1868) e con le grandi conquiste coloniali: si diffusero allora opinioni e movimenti nazional-imperialisti come il Jingoismo, mai però sfociati in un nazionalismo autoritario giacché comunque alimentati dall'orgogliosa rivendicazione delle libertà guadagnate attraverso l'istituzione parlamentare. A esiti autoritari e totalitari condusse invece il nazionalismo tedesco, che affondava le proprie radici nel protoromanticismo dello Sturm un Drang, nella reazione romantica al cosmpolitismo illuministico e nella radicata convinzione dell'esistenza di un'antica “libertà germanica” risalente all'età barbarica e medievale, riaffermata nel Cinquecento dal luteranesimo in antitesi alla civiltà latina e cattolica. Stimolato da miti, leggende e ideali di originaria purezza della stirpe, divinizzanti la patria tedesca in quanto creatura collettiva di un'entità biologica e territoriale incontaminata, il nazionalismo culminò nell'idea di una superiorità dei tedeschi sugli altri popoli (come fin dal primo Ottocentoteorizzava Ernst Moritz Arndt). Dopo l'unificazione dei territori tedeschi ad opera della Prussia e la formazione del Terzo Reich, il nazionalismo assunse con Bismarck i toni del rafforzamento autoritario dello Stato e della volontà di garantire alla Germania un ruolo egemonico in Europa, coniugatasi poi con vocazioni imperialistiche verso la fine del secolo XIX. Queste spinte si affiancarono al pangermanesimo e ad impulsi razzisti espressi dal musicologo e filosofo Houston Stewart Chamberlain (Le basi del XX secolo, 1899) e già maturati altrove in Europa, in particolare in Francia, grazie al pensiero del conte Joseph-Arthur de Gobineau (Trattato sull’ineguaglianza delle razze umane, 1853-55). Nel 1890 nasceva così in Germania la prima Associazione pangermanista, in seguito connotata da esplicite posizioni antiebraiche, mentre una successiva svolta si ebbe in seguito alla sconfitta della Grande guerra, allorché il nazionalismo fu teorizzato in senso antidemocratico (da Arthur Moeller van den Bruck, E. Jünger, O. Sengler) ovvero come commistione tra nazionalità e socialismo (E. von Salomon) e risposta all'insoddisfazione delle associazioni patriottiche che riunivano i cosiddetti “proscritti”, uomini che si sentivano traditi dai tempi. Un clima in cui il nazionalismo trovò consensi fra la piccolo-media borghesia e negli ambienti politici e militari che, sdegnati dalla sconfitta, sostenevano il mito della Germania “pugnalata nella schiena” e la necessità di una revisione dei trattati di pace di Versailles. Questo nazionalismo intollerante favorì successivamente l'ascesa al potere di Hitler che, grazie alla mobilitazione patriottica delle masse, rivendicò la realizzazione di una vera unità del popolo tedesco, degenerando nell'espansionismo pangermanico e nel razzismo antisemita più esaltato, sino a trovare logica conclusione nei delitti dell'olocausto. Negli stessi anni un'analoga mobilitazione nazionalistica, fondata sul culto della personalità e sulla necessità di accelerare i processi d'industrializzazione del paese, si verificava nella Russia di Stalin, dove assumeva il volto della teoria del “socialismo in un solo paese”, rovesciando il tradizionale internazionalismo del movimento operaio dell'Europa occidentale, e della russificazione forzata delle diverse etnie presenti nelle Repubbliche sovietiche. Come in Germania, anche in Francia il nazionalismo fu alimentato dalla traumatica sconfitta subita a Sedan nel 1870 e dalla perdita dell'Alsazia-Lorena. Impregnando di sé tutta la III Repubblica e abbandonando gli iniziali richiami liberali e spiritualistici contenuti nell'idea di nazione di E. Renan, il nazionalismo francese passò, tra 1885 e 1890, da patrimonio dalla sinistra radicale, anticlericale e democratica, a connotato delle destre. Ciò soprattutto in conseguenza di due eventi: il tentato colpo di Stato del “général revanche” Georges Boulanger e, ancor più, l'”affaire” Dreyfus (1894-1899), che spaccò la Francia in un fronte laico di sinistra e in uno della destra cattolica, monarchica e patriottica, saldando in quest'ultimo schieramento le varie tendenze nazionalistiche già in precedenza organizzate in una serie di associazioni. Le varie organizzazioni si ridussero alla Ligue de la patrie française di Maurice Barrès, scomparsa dopo la prima guerra mondiale e i cui membri si avvicinarono per lo più all'Action française, giornale fondato nel 1899 da conservatori cattolici e vecchi boulangisti ispirati alle dottrine di CharlesMaurras, che poi ne divenne direttore nel 1908. Il nazionalismo francese assunse così due volti: quello di Barrès, che per primo teorizzò il bisogno dell'individuo di riallacciarsi al proprio passato collettivo, alla “sacra legge della stirpe”, alla “terra dei morti”, onde la nazione assumeva un carattere di necessità storica condizionante la libertà personale ed appariva anzitutto il risultato di pensieri, ideali e interessi comuni, accumulati nel tempo e rappresentabili solo da un capo in grado di coglierne l'intima essenza. Perciò Barrés si richiamò alla personalità e alla gloria di Napoleone e raccolse attorno a sé gli epigoni dell'antico patriottismo giacobino, i nostalgici dell'imperialismo napoleonico, i fautori di una democrazia plebiscitaria. Il nazionalismo di Maurras avversava invece la soluzione plebiscitaria o dittatoriale, rifacendosi alla tradizione monarchica e conquistando così il consenso dei realisti d'ogni tendenza e dei cattolici avversi alla sinistra anticlericale. La sua concezione (sintetizzata nel volume Mes idées politiques, 1937) contrapponeva al “disordine” della democrazia il principio ereditario monarchico ed assolutistico, interpretato come un regime naturale capace di temperare il dispotismo delle maggioranze. In Italia, dopo l'epopea risorgimentale, un sentimento nazionalista si manifestò embrionalmente attraverso giornali e riviste elitari quali Il Marzocco (fondato nel 1896), Leonardo (nato nel 1903 ad opera di G. Papini e G. Prezzolini), Il regno (fondato anch'esso nel 1903 da E. Corradini), La voce (uscita nel 1908 sotto la direzione di Prezzolini). Il passaggio dalla fase letteraria a quella politica avvenne tra il 1908 e il 1910, quando la depressione economica, il flusso emigratorio e l'annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell'Impero austro-ungarico congiurarono nello stimolare risentimenti irredentistici ed aspirazioni egemoniche ed espansionistiche in direzione dell'Adriatico, dei Balcani e dell'oriente. Campagne di stampa e attività propagandistica di istituzioni e circoli culturali (come la Società Dante Alighieri, la Lega navale, la Trento e Trieste) alimentarono un nazionalismo a base sociale piccolo e medio borghese, che trovò compiuta espressione nella fondazione dell'Associazione Nazionalista Italiana (1910), cui parteciparono almeno inizialmente anche repubblicani, radicali ed esponenti di tendenze liberiste e protezioniste. Successivamente, per influenza di gruppi antiliberali, si caratterizzò come una corrente di destra, trasformandosi nel supporto ideologico dei grandi interessi capitalistici tendenzialmente monopolistici (metallurgici e siderurgici in particolare) che finanziarono il giornale L'Idea Nazionale (fondato come settimanale nel 1911 e trasformatosi in quotidiano dal 1914). La prima carta ideologica del movimento fu precisata da E. Corradini che, riprendendo le tematiche delle riviste dei primi del secolo, cominciò a sostenere il mito dell'Italia “nazione proletaria”, auspicando l'opportunità di trasferire il concetto di lotta di classe, sostenuto dai socialisti sul piano interno, a livello dei rapporti internazionali come lotta delle “nazioni proletarie” contro quelle più ricche e potenti. Favorito dalla guerra di Libia (1911-12), il nazionalismo ebbe una notevole influenza sugli sviluppi della lotta politica perché sostenne un deciso antisocialismo, l'avversione, oltre che alla politica riformista di G. Giolitti, al sistema parlamentare e auspicò un maggiore dinamismo del governo in politica estera. Nel dopoguerra i nazionalisti furono alla testa della campagna contro la “vittoria mutilata”, a favore di un'azione esplicitamente revisionista. Per molti aspetti anticipatore del fascismo, il nazionalismo italiano concluse la sua parabola fondendosi nel marzo 1923 con il Partito Nazionale Fascista. Una volta pienamente instaurato, il regime continuò ad attingere numerosi elementi ideologici dal nazionalismo, ma prese anche le distanze da esso, sia per la personale diffidenza di Mussolini verso i nazionalisti, giudicati ambigui e tradizionalisti, sia per l'eterogeneità culturale del fascismo stesso, entro cui la linea nazionalista non divenne prevalente. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale i nazionalismi europei, che pure erano stati tra le principali cause del conflitto, subirono una crisi, anche se animarono con diversa cifra ideologica i movimenti di resistenza all'occupazione nazista di molti paesi e continuarono poi a sopravvivere dopo il 1945, negli anni della guerra fredda e del bipolarismo russo-americano. Ciò accadde sia in Europa, dove il nazionalismo divenne componente essenziale della riedificazione degli Stati democratici e della costruzione del consenso attorno alle loro politiche economiche di stampo keynesiano ovvero fece da supporto ideologico ai regimi comunisti; sia fuori d'Europa dove, pur con caratteri diversi e con peculiari motivazioni politiche, accompagnava il processo di decolonizzazione dell'Africa e dell'Asia, qualificandosi come uno dei presupposti per il raggiungimento dell'indipendenza. Alla svolta degli anni Novanta del XX secolo, la fine del bipolarismo mondiale e la dissoluzione degli Stati comunisti riportavano però in luce vari nazionalismi di natura etnica o storica precedentemente sommersi. Il crollo dell'URSS faceva detonare duri contrasti all'interno di alcune ex Repubbliche sovietiche scatenando vere e proprie guerre civili tra comunità appartenenti a diverse nazionalità (Azeri e Armeni, Georgiani e Osseti, Russi e Ceceni ecc.). Ma analoghi fenomeni si verificavano nei paesi europei dove le entità statali erano state definite solo in base alle esigenze degli equilibri di potenza intervenuti alla fine delle due guerre mondiali. Così, mentre la fine dei regimi comunisti in Ungheria e Romania riaccendeva il problema della Transilvania, i Cechi e gli Slovacchi decidevano di separarsi (1992) per dare vita a due distinti Stati. Ancora più gravemente recrudescenze etno-nazionaliste su manifestavano nell'ex Iugoslavia. Qui la volontà indipendentista di Sloveni, Croati, Bosniaci provocava la reazione dei Serbi con conseguente scoppio di conflitti prima con i Croati e poi con i musulmani di Bosnia e gli albanesi del Kosovo. Contemporaneamente la rinascita di tensioni etniche ed autonomistiche regionali attraversava anche paesi economicamente avanzati dell'Occidente (Québec, Scozia, Galles, Bretagna, Corsica, Catalogna, Paesi Baschi, Fiandre), con una gamma di movimenti che trascolorano dalla scelta della lotta armata per la secessione alla più moderata rivendicazione di autonomia federalista. Toni decisamente più violenti hanno assunto i conflitti etno-nazionalisti, spesso frammisti a divisioni religiose, di molti dei nuovi Stati asiatici ed africani (tra tamil e singalesi nello Sri Lanka, tra musulmani e induisti nel Kashmir, tra karèn e birmanesi in Birmania, tra curdi e sunniti in Iran e Turchia, tra greci e turchi a Cipro, tra sudanesi meridionali e musulmani in Sudan, tra oromo e amhara in Etipia, tra kikuyo e luo in Kenia, tra ibo yoruba e hausa-fulani in Nigeria, per citarne solo alcuni). In non pochi di questi casi l'acutizzazione del nazionalismo appare anche una reazione alla diffusione di una cultura globale a livello planetario, conseguenza della crescita dell'interdipendenza economica mondiale e causa della crisi della tradizionale forma politica dello Stato nazionale, sempre più eroso nell'esercizio della propria sovranità dal trasferimento di importanti momenti decisionali alle grandi imprese transnazionali e dalla nascita di organismi sovranazionali regionali a carattere politico (come l'Unione Europea) o economico (come il MERCOSUR) ovvero di istituzioni economico-finanziarie a raggio d'azione planetario (come l'Organizzazione mondiale del commercio o il Fondo monetario internazionale).

Bibliografia

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