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neóteroi

agg. e sm. pl. greco (propr., più giovani, compar. di néos, nuovo, giovane). Appellativo dato in senso spregiativo da Cicerone (con l'equivalente latino di poetae novi) a una scuola di poeti sorta a Roma nel sec. I a. C. Contrapponendosi all'antica, tradizionale poesia latina delle grandi composizioni epiche, i neoteroi si ispirarono alla lirica ellenistica, con brevi carmi fortemente personali, spesso amorosi, elaborati in forme raffinate e impreziositi da notazioni erudite. Legati da reciproca amicizia rafforzata dall'origine comune (provenivano quasi tutti dalla Gallia Cisalpina), cultori di un raffinato edonismo, i neoteroi costituirono un cenacolo molto esclusivo, ansioso di evadere dall'urto delle passioni politiche nel culto di una rinnovata poesia. Maestro della scuola è considerato Publio Valerio Catone, massimo esponente Catullo; sono poi da ricordare Licino Calvo, Elvio Cinna, Marco Furio Bibaculo, Ticida, Quinto Cornificio.

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