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neoempirismo

sm. [sec. XX; neo-+empirismo].

1) Tendenza dell'epistemologia e filosofia antimetafisica attuale, che si riallaccia all'empirismo classico per la riduzione della validità della conoscenza all'esperienza, ma se ne distingue per il rifiuto di dedurre empiricamente le discipline “formali”, logico-matematiche. Questi tratti si ritrovano caratteristicamente nel positivismo logico o neopositivismo e nelle dottrine di B. Russell.

2) Nome dato dalla critica inglese (S. Ray) a un preciso momento della cultura architettonica scandinava (tra il 1943 e il 1950), durante il quale si operò una revisione dei principi del razionalismo, che dal 1930 dominavano sul piano formale e ideologico. Il movimento nacque dall'esigenza di “umanizzare” le posizioni troppo rigidamente formali del razionalismo a vantaggio di una produzione articolata concretamente su scala umana e che tenesse conto delle caratteristiche sociali, economiche, politiche e psicologiche dei Paesi nordici. Del neoempirismo, che si pose come proposta globale di progettazione, dall'urbanistica al design, furono personalità significative S. Markelius, G. Asplund, K. Klint e K. Fisker.

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