Definizione

sm. [sec. XX; neo-+fascismo]. Tendenza ideologica e movimento politico che si sono sviluppati a cominciare dal 1945, rivendicando una linea di continuità storica con i principi ispiratori del fascismo – che pure era stato travolto nel disastro della guerra – assumendone anche una difesa dei programmi e dei metodi d'azione. In tale senso il neofascismo rifiuta il sistema di valori liberali e garantisti della democrazia parlamentare in nome di una concezione organica della società basata sui principi dell'autorità gerarchica, del corporativismo, di un nazionalismo sciovinistico e aggressivo, e non esclude la violenza e il terrorismo come forma di lotta politica. Favorito dalle aspre tensioni attraverso le quali si sviluppa la storia sociale della seconda metà del sec. XX, il neofascismo ha tentato di presentarsi come una forza di ordinata conservazione, capace, con il suo grossolano anticomunismo, di rassicurare i ceti più moderati, insofferenti di un “disordine” che può trasformarsi in minaccia dei propri privilegi economici.

Cenni storici: gli anni della riorganizzazione

Nel sistema politico dei Paesi occidentali europei il neofascismo si è manifestato sul piano politico istituzionale dando vita a partiti legali capaci di aggregare un certo seguito elettorale. Un momento di forza del neofascismo europeo si registrava in Grecia nel 1967 quando un gruppo di colonnelli legati ad ambienti neofascisti imponeva in quel Paese una dittatura durata sino al 1974. Più peculiare la situazione in Italia dove il neofascismo, nel suo aspetto politico-legale, aveva un punto di forza nel Movimento Sociale Italiano (MSI) che, sia pure con alterni risultati, era presente stabilmente nel Parlamento dal 1948. Ma il neofascismo si scontrava presto con l'eredità di un retroterra ideologico e culturale, a sfondo irrazionalistico, che faceva propria tutta la carica socialpopulista, spiritualista, antiborghese del primitivo fascismo, e riproponeva piani di totale mutamento della società capitalistica. Così il neofascismo spesso sviluppava spesso anche forme di lotta clandestina violenta con formazioni paramilitari dedite al terrorismo. Tipico esempio di una simile riorganizzazione del neofascismo è quello dell'America Latina dove numerose organizzazioni squadristiche (Alianza Anticomunista Argentina; Patria y Libertad cileni; squadroni della morte brasiliani, ecc.) operavano mirando a distruggere i fragili sistemi democratici parlamentari locali uccidendo leader politici, pubblicisti e dirigenti sindacali di parte democratica e preparando il terreno per l'avvento di regimi dittatoriali.

Cenni storici: gli anni Settanta-Novanta in Europa

Anche in Italia sorgevano vari gruppi eversivi (Ordine Nero, Ordine Nuovo, La Fenice, La Rosa dei Venti, Terza Posizione, i Nuclei Armati Rivoluzionari, ecc.), spesso risultati coinvolti con quegli episodi della storia italiana noti con il nome di “strategia della tensione”. In particolare i NAR, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, insanguinavano il Paese con feroci azioni terroristiche emulando i loro antagonisti delle Brigate Rosse. In Spagna, dopo la morte di Franco (1975), i nostalgici falangisti si organizzavano legalmente nel partito di Alianza Popular, capeggiato da Manuel Fraga Iribarne, mentre varie formazioni neofasciste (per esempio la Triple A) ricorrevano al terrorismo. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta il fenomeno del neofascismo, che nelle sue radicalizzazioni si intrecciava anche con quello del neonazismo, assumeva aspetti del tutto contraddittori. Se con il ritorno nell'alveo democratico di molti Stati dell'America Latina, il neofascismo sembrava andare incontro a un obiettivo ridimensionamento, esso appariva invece in crescita proprio nel vecchio continente europeo. A ciò contribuivano vari elementi, non ultimo quello rappresentato dalla dissoluzione dell'URSS e del suo blocco. La fine dei regimi comunisti in alcuni Stati europei e il ritorno alla piena sovranità di realtà inserite nel sistema sovietico, infatti, mettevano in evidenza l'emergere di spinte nazionaliste e micro-nazionaliste che, alimentate dalle difficoltà economiche tipiche di società costrette a una rapida riconversione da un sistema pianificato a uno liberista, sfociavano nella formazione di partiti tendenzialmente neofascisti alcuni dei quali, come nel caso della Russia, in grado di acquisire un consistente consenso. Il peculiare contesto dei Paesi dell'area comunista, caratterizzati anche da una disabitudine alla dialettica democratica politica, creava un terreno particolarmente favorevole alla radicalizzazione delle posizioni e alla volontà di imboccare scorciatoie autoritarie che, insieme alla rivalutazione valori nazionali, rappresentavano un ulteriore terreno di cultura per la crescita del neofascismo. In alcuni casi, come quelli determinatisi nel mondo tedesco, le spinte nazionaliste generate dal crollo di regimi totalitari comunisti si sommavano ai timori suscitati da una sempre più accentuata mondializzazione dell'economia e dal crescere dei flussi migratori dai Paesi del Terzo Mondo. Esempio evidente di tale situazione era la Germania, dove dopo la riunificazione (1990) la crisi economica e la crescente disoccupazione favorivano lo sviluppo di tendenze più propriamente neonaziste con forti connotazioni xenofobe. Si formavano, così, bande di naziskin che scaricavano la loro aggressività nella riesumazione dei macabri rituali del Terzo Reich, ivi compresa la caccia al diverso, in questo caso l'immigrato, considerato la causa principale delle difficoltà economiche e del disagio sociale. Ne scaturivano episodi di intolleranza e violenza omicida fortunatamente circoscritti anche per la capacità dell'opinione pubblica di isolare gli autori di tali crimini; ciò non impediva però una certa diffusione del fenomeno, che trovava i suoi emuli in alcune frange del mondo giovanile anche in Austria e in Italia. Meno significativo, invece, sembrerebbe il contributo fornito dal revisionismo storiografico all'espandersi del neofascismo.

Gli studi apparsi in Italia e in Germania, tendenti a cogliere le dimensioni di massa del fascismo e del nazismo e, in alcuni casi, a giustificarli, o a comprenderne le ragioni alla luce delle vicende innescate dalla rivoluzione bolscevica, non avevano un immediato impatto politico anche se suscitavano una vivace discussione storiografica. Ciò troverebbe una conferma, d'altra parte, proprio nella situazione italiana dove un forte e storico partito neofascista, il Movimento Sociale Italiano, operava una profonda revisione ideologica (1994-95). Si trattava di un'evoluzione favorita anche dalla particolare peculiarità del quadro politico nazionale, ma era decisamente significativo che lo scioglimento del MSI e la confluenza dei suoi militanti in Alleanza Nazionale e in altre formazioni di destra democratica avvenisse nel contesto di un riconoscimento del contributo della lotta antifascista per il ritorno della democrazia in Italia. Il carattere neofascista, del resto, si andava stemperando negli anni anche in Alleanza Popolare, il movimento di destra spagnolo fondato da Fraga Ibarne, che si trasformava in Partito Popolare assumendo sempre più le caratteristiche di un moderno partito conservatore. Tale evoluzione che consentiva al suo nuovo leader J. M. Aznar di vincere le elezioni politiche del 1996 e assumere la guida del governo, senza che questo recasse alcun pregiudizio alle istituzioni democratiche. Completamente diverso, invece, si presentava il quadro del neofascismo francese che, organizzato nel Front National guidato da J.-M. Le Pen, si andava sempre più radicalizzando ponendosi come punto di riferimento delle componenti reazionarie e ultranazionaliste della Francia. Sfruttando le contraddizioni di una società con una forte presenza di comunità straniere il Front National conseguiva importanti affermazioni nelle elezioni amministrative di alcune grandi città, specialmente nel Sud, ma otteneva percentuali di riguardo anche nelle competizioni politiche e presidenziali.

Bibliografia

E. Santarelli, Fascismo e neofascismo, Torino, 1973; G. Amendola, La continuità dello Stato nei limiti storici dell'antifascismo italiano, Torino, 1974; G. Gaddi, Neofascismo in Europa, Milano, 1974; G. Quazza, Fascismo e società italiana, Torino, 1974; M. Fini, 1945-1973 Italia. Fascismo antifascismo. Resistenza rinnovamento, Milano, 1975; G. Galli, La crisi italiana e la destra internazionale, Milano, 1975; P. Rosenbaum, Il nuovo fascismo. Da Salò ad Almirante, Milano, 1975; V. Borraccetti (a cura di), Eversione di destra, terrorismo, stragi, Milano, 1986.

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