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neoindividualismo

sm. [sec. XX; neo- + individualismo]. Si intende per neoindividualismo un complesso di dottrine filosofiche, politiche, economiche ed etico-religiose che sottolineano l'autonomia individuale in opposizione a tutte le tendenze teoriche centrate sul primato dell'agire collettivo. Quello che distingue il neoindividualismo dall'individualismo tradizionale è però la stretta connessione che esso istituisce con la crisi dei sistemi politici del Novecento – basati sulle ideologie socialiste o nazionaliste, sulla cultura del Welfare o comunque su principi di tipo solidaristico e universalistico – e con il prodursi di nuove mappe di comportamento all'interno della società. Questo spiega perché il neoindividualismo rappresenti, oltre che una visione del mondo dagli incerti confini disciplinari, un concreto oggetto d'indagine per gli studiosi del mutamento culturale nelle società complesse. Sotto il profilo epistemologico e cognitivo, il neoindividualismo rinvia a fondamenti della conoscenza basati sulla appercezione, cioè sulla convinzione che nessuna conoscenza sia mai effettivamente generalizzabile e che sia quindi fuorviante la ricerca di presunte “rappresentazioni collettive” della realtà. Le implicazioni storico-politiche di questo approccio sono evidenti: se l'individualismo classico diffidava dell'invadenza dello Stato nella sfera dei diritti individuali e predicava il primato del mercato e dell'iniziativa privata in economia, il neoindividualismo sviluppa soprattutto una critica radicale delle burocrazie pubbliche e denuncia i rischi di una crescente massificazione dell'individuo entro il reticolo del controllo amministrativo, del consumo passivo, della spersonalizzazione indotta da pratiche di socializzazione anonime e sottilmente “totalitarie”. In questo senso, il neoindividualismo cerca di differenziarsi da quei modelli di analisi delle relazioni sociali (si pensi allo struttural-funzionalismo) che si sono sforzati di conciliare individuo e società descrivendo quelle determinanti strutturali attraverso cui il soggetto si identifica come attore sociale. Le istituzioni, i gruppi, le organizzazioni che producono identità e appartenenza, giudicati indispensabili per la coesione sociale dalla sociologia classica, sono considerati dal neoindividualismo soltanto come strumenti – non sempre necessari – per lo sviluppo del soggetto. Di qui l'accusa rivolta al neoindividualismo di produrre una rappresentazione tendenzialmente asociale dell'individuo e di sottovalutare il ruolo fondamentale delle agenzie di socializzazione (famiglia, scuola, ecc.) che hanno il compito di favorire l'interiorizzazione di norme, valori e sentimenti collettivi trasmettendo e rinforzando il significato sociale della stessa condizione esistenziale degli uomini. Un po' sbrigativamente, il neoindividualismo è stato anche posto in relazione a tendenze culturali e fenomeni di costume – come l'edonismo e il narcisismo – i quali rappresentano piuttosto manifestazioni di mode e di stili di vita e che sembra almeno parzialmente arbitrario ricondurre alle più sofisticate categorie intellettuali di cui il neoindividualismo si alimenta. È sicuramente più convincente mettere in evidenza il nesso che lega la fortuna politica e culturale del neoindividualismo con la crisi dello Stato sociale, da un lato, e con il progressivo declino dei sentimenti di appartenenza ideologica e religiosa (le “due ondate della secolarizzazione” di cui aveva parlato A. Del Noce negli anni Settanta), dall'altro. Non senza cogliere, però, la molteplicità e l'articolazione delle posizioni che si riconducono al neoindividualismo come pensiero propriamente politico. Basti pensare, da questo punto di vista, all'estrema eterogeneità del cosiddetto individualismo liberale contemporaneo. Uno dei suoi massimi esponenti, come J. Rawls, insiste, per esempio, con grande forza sulla definizione di nuove tavole dei diritti dell'individuo-cittadino ma anche sull'esigenza di elaborare, attraverso la rivalutazione dell'attore individuale, una nuova etica pubblica. In questo modo, egli ritiene di contestare la critica sviluppata soprattutto da R. N. Bellah, secondo cui il diffondersi di una cultura del neoindividualismo minerebbe le basi morali della società e aprirebbe la strada alla dissoluzione stessa del patto sociale. Per Rawls è fondamentale che ciascun individuo possieda una libertà di base la più estesa possibile, compatibile con altrettanta libertà degli altri. La sua polemica nei confronti dell'oppressione burocratica dei sistemi statalistici (non soltanto del vecchio collettivismo burocratico imperante nei Paesi del socialismo reale) è insomma condotta in nome di una combinazione di “più diritti e più solidarietà”. Molto più connotata in senso radicale è invece la versione europea continentale del neoindividualismo, riemersa negli anni Ottanta dopo la lunga eclisse che aveva interessato il pensiero individualistico di matrice liberal-conservatore fra la metà degli anni Venti e la metà dei Settanta. In particolare, autori di formazione economica come C. Menger, L. von Mises e F. von Hayek, animatori della cosiddetta Scuola austriaca, hanno conosciuto una significativa rivalutazione. Fondamento delle loro teorie è l'idea che nessuna scienza sociale ed economica sia possibile a prescindere dall'analisi dell'azione soggettiva dell'individuo, inteso come homo oeconomicus. Tutte le rappresentazioni totalizzanti, come quelle che si rifanno ai concetti di Stato, di classe, di collettività – ma anche all'ideologia del mercato come pura “mano invisibile” – costituiscono delle pure astrazioni, ovvero delle pericolose mitologie di massa. Un'altra tendenza intellettuale che possiamo ricondurre all'alveo del neoindividualismo è rintracciabile in pensatori come G. Lipovetsky e J. F. Revel. Questi studiosi, meno interessati a descrivere paradigmi di organizzazione economica alternativi allo statalismo del Welfare, insistono sul valore irrinunciabile dell'esperienza esistenziale dell'individuo, riabilitando la sfera dell'intimità, del privato, della creatività personale minacciati dalla massificazione e dall'omologazione culturale imposte tanto dall'organizzazione sociale degli Stati contemporanei, quanto da quella forma perniciosa di globalizzazione rappresentata dalla “dittatoriale pervasività” delle nuove tecnologie comunicative.

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