neoittita

agg. e sm. (pl. m. -i) [neo-+ittita]. Nome impropr. dato a quanto si riferisce alla popolazione e agli Stati dell'Anatoliasudorientale e della Siriasettentrionale che, dopo la caduta dell'impero ittita (ca. 1190 a. C.), mantennero ancora per qualche secolo manifestazioni linguistiche e culturali di derivazione ittita, la più vistosa delle quali è l'uso della scrittura ittita geroglifica per iscrizioni su rilievi architettonici e rupestri, su sigilli e oggetti vari. Il generale spostamento verso sud-est dell'area neoittita rispetto al centro del precedente impero ittita ha fatto pensare ad alcuni a una migrazione massiccia, magari a una fuga in connessione con la distruzione dell'impero. In realtà, se la zona della ex capitale Hattusa andò perduta, la zona degli Stati neoittiti era già alla fine dell'impero (sec. XIII) quella abitata da genti luwite (Anatolia di sud-est), ovvero quella in cui il controllo provinciale ittita aveva assunto forme di più diretta penetrazione (Karkemiš, Mukiš). I principali regni neoittiti sono la vasta confederazione di Tabal sull'altopiano centrale anatolico, Que, Hilakku e Gurgum (centro a Maras), in Cilicia, Kummuh e Melid nell'alta valle dell'Eufrate, Karkemiš e Hattina in Siria. Sono centri fiorenti, che controllavano risorse minerarie notevoli per l'epoca (argento, ferro, rame) e ospitavano un vivace artigianato (metallo, stoffe), tecnicamente assai progredito. La ricchezza era tesaurizzata in ambiente palatino, in forma di costruzioni templari e palatine, rilievi scolpiti, vasellame metallico, ecc. La volontà di sopraffazione da parte dell'Assiria, manifestatasi dapprima sporadicamente, diventò alla metà del sec. IX problema di sopravvivenza per i neoittiti, che, riuniti in coalizioni, sostenuti a volte dalle maggiori potenze che erano alle loro spalle (Muški-Frigi, Urartu), dovettero infine soccombere, soprattutto in seguito alla vittoria di Tiglatpileser III a Kištān (743): nel trentennio successivo gli Stati neoittiti furono annessi e ridotti a province assire. Residui onomastici luwiti sono attestati comunque ancora in età ellenistica e romana, assieme a elementi dell'iconografia e del culto.

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