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nepotismo

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Lessico

sm. [sec. XVII; da nepote].

1) Elargizione di beni, cariche, territori a parenti, effettuata soprattutto dai papi oltre ogni misura moralmente e politicamente lecita.

2) Per estensione, il favorire parenti e amici conferendo loro, anche illecitamente, uffici e cariche.

Cenni storici

Già presente nei secoli “di ferro” del papato (X-XI), il nepotismo s'intensificò nel sec. XIII con Innocenzo IV (Fieschi) e Niccolò III (Orsini), con Bonifacio VIII (Caetani), accentuandosi nei papi avignonesi. Già nel 1362 un punto della “capitolazione elettorale” sottoposta agli elettori-eligendi alla Tiara escludeva i congiunti del papa dalla curia e dall'amministrazione dello Stato pontificio. Con Martino V di casa Colonna nel sec. XV inizia il “grande nepotismo” che vede a opera di Callisto III Borgia, di Sisto IV della Rovere, di Alessandro VI Borgia, dei medicei Leone X e Clemente VII, di Paolo III Farnese la costituzione di vaste signorie a Urbino, Pesaro, Piacenza e altrove, con titoli di duchi o di principi a favore di propri parenti, a spese dello Stato pontificio. Tale nepotismo si giustificava con la preoccupazione di assicurare dei fidati sostenitori al pontefice. Codesto grande nepotismo cessò con la proibizione emanata da Pio V Ghislieri di infeudare a parenti beni della Chiesa (1567). Rimase la consuetudine, iniziata da Paolo IV Carafa, di affidare a un “cardinale-nipote” la direzione della politica della Santa Sede (tale fu la posizione di San Carlo Borromeo sotto Pio IV) nonché quella di elargire pensioni e cariche ai parenti. Questo “piccolo nepotismo” fece la fortuna di grandi famiglie romane quali i Pamphili, i Boncompagni, i Borghese sotto Paolo Vi Ludovisi, i Chigi, i Barberini sotto Urbano VIII, fino alla sua definitiva eliminazione in virtù d'una bolla di Innocenzo XII1692). Un'ultima reviviscenza di nepotismo si ebbe con Pio VI a favore dei Braschi, alla fine del sec. XVIII.