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nestorianésimo

sm. [sec. XIX; da nestoriano]. Dottrina cristologica diffusasi a partire dal sec. IV per opera di Nestorio in base alla quale la natura umana e quella divina del Cristo non sarebbero fuse insieme per “unione ipostatica”, cioè ontologica, come sostiene l'ortodossia, bensì per “congiunzione” volontaria, di carattere psicologico-morale, da parte del Verbo divino che si è compiaciuto di essa. Tale affermazione provocò l'accusa rivolta a Nestorio di sostenere l'esistenza in Cristo non solo di “due nature”, quanto piuttosto di “due persone”. Inoltre egli negava alla Vergine l'appellativo di “madre di Dio”, perché ella non aveva generato la divinità, bensì solo l'uomo con cui il Verbo aveva voluto congiungersi, e quindi riteneva in questo senso più corretto l'attributo di “madre di Cristo”. Da ultimo, non riconosceva che il peccato originale fosse insito nella natura umana. Storicamente Nestorio spinse alle estreme conclusioni una concezione cristologica che era già presente nella scuola catechetica di Antiochia di Siria con Diodoro di Tarso, Teodoro di Mopsuestia e Teodoreto di Ciro. Il nestorianesimo fu condannato dal Concilio di Efeso del 431 (III ecumenico) e in quelli di Calcedonia (451) e Costantinopoli (V ecumenico, 553). Se in Occidente i nestoriani furono perseguitati e dispersi, grande diffusione ebbero invece in Oriente, soprattutto nell'Impero persiano, dove la loro Chiesa, indipendente da quella Bizantina dal 424, divenne nestoriana (e lo è ancora oggi) per opera di Narsete, del patriarca Marabha e di Babhai il Grande. Quivi sorsero grandi centri di cultura e di civiltà che i monaci propagarono per tutta l'Asia: in Arabia, a Ceylon, nel Malabar e in Cina; anche fra Turchi e Mongoli. Decaddero irrimediabilmente nel corso del sec. XIV sotto il dominio musulmano. I nestoriani passati al cattolicesimo, pur mantenendo almeno in parte i vecchi riti, costituiscono la Chiesa caldea.