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new age

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Descrizione generale

Loc. inglese usata in italiano come sf. (propr. nuova epoca). Tendenza culturale che, richiamandosi vagamente alle tradizioni millenaristiche, cerca d'interpretare l'attuale fase storica “di passaggio” come un'occasione di rinascita spirituale, di ritrovato equilibrio tra l'uomo e la natura, attraverso una serie di proposte in cui si fondono credenze religiose, aspettative di rigenerazione, spunti di filosofia orientale e pratiche magico-esoteriche: l’inatteso successo dei nuovi interpreti della new age; un romanzo che si può considerare il manifesto della new age. Il concetto di new age raccoglie un po' di tutto: spiritualismo, ambientalismo, filosofia, principi terapeutici, religione, arte. Del resto questo fenomeno nasce proprio dalla confusione delle culture e dal senso di vuoto che la seconda metà del Novecento sembra aver lasciato in molti, soprattutto in quelli che vivono nei Paesi più ricchi ed evoluti del pianeta. La data di nascita della new age si può collocare intorno agli anni Sessanta, quando il movimento hippy diffonde l'idea della liberazione dal corpo e dalla materialità della vita a favore di esperienze mistiche che dovrebbero portare all'armonia universale. Si parte naturalmente dalla droga e infatti negli anni Settanta, uno dei guru della new age diventa proprio T. Leary, colui che predicava l'uso dell'LSD come esperienza di separazione della mente dal corpo. Il tema della fuga – dalla materialità, dal corpo, dalla società, dalle convenzioni – diventa uno dei motivi ricorrenti di questo movimento dai contorni peraltro mal definiti, a cui si aggiungerà quello della ricerca della forza interiore, in un misto di egolatria e trascendenza. La trasformazione avviene intorno agli anni Ottanta, quando i contorni del movimento si confondono in una impressionante massa di idee diverse: dalla saggezza orientale alle terapie sciamaniche, dalla riscoperta della religione, anche cristiana, all'ambientalismo e all'ufologia. Il motivo portante però rimane la riscoperta dell'unicità della vita attraverso la natura e il rinnovamento della coscienza umana, “alienata” dalla società contemporanea. Per la sua diffusione enorme, la new age diventa però anche, e fondamentalmente, un fenomeno commerciale, con un indotto librario, discografico e alimentare di tutto rispetto. Nel campo letterario, i testi fondamentali sono quelli di Carlos Castaneda, di Bhagwan Shree Rajneesh, di Karl Jonig, di Stephen Hillman e di Thomas More. Ma il libro “Bibbia” della new age è La profezia di Celestino (1993) di Redfield, un romanzo che racconta una antica profezia peruviana e che ha venduto, solo negli USA, 5 milioni di copie. La filosofia del libro è compendiabile nella convinzione che si è raggiunto un punto della storia umana in cui ognuno può sperimentare la propria spiritualità senza la necessità di affidarsi a leader carismatici. Un posto fondamentale nella corrente new age è occupato dall'ambientalismo e dalla medicina naturale, dalla cristalloterapia e alla floriterapia. Dunque un viaggio alla ricerca del benessere, diffuso soprattutto tra le classi medio-alte, che però negli ultimi anni ha causato anche grandi tragedie. Se infatti la new age è diventata un fatto di costume, inseguito persino dalle stars di Hollywood, ha anche dato vita a una serie di ‘‘sette”, proliferate soprattutto negli Stati Uniti, molte delle quali hanno portato i propri discepoli al suicidio collettivo.

Musica

Di musica new age si è cominciato a parlare soltanto tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta. In quegli anni, comincia infatti a farsi conoscere una piccola casa discografica, la Windham Hill, fondata nel 1975 a Palo Alto dal chitarrista William Ackermann, che propone dischi di musica basata soprattutto sull'uso di strumenti acustici. L'idea è quella di rispondere alle sofisticate elaborazioni elettroniche di molta della musica di successo, creando atmosfere rarefatte, morbide, tali da suscitare quella sensazione di armonia che è appunto alla base del concetto di new age. In Europa, sulla stessa scia si muove l'arpista svizzero Andreas Vollenweider, che ottiene un successo enorme, proponendo i delicati intrecci melodici del suo strumento con formazioni orchestrali e cori. Senza mutamenti sostanziali, Vollenweider ripropone periodicamente la sua formula, ormai collaudatissima, grazie alla quale si è creato un pubblico di ammiratori “trasversale”, che prescinde cioè da segmenti generazionali o riferimenti culturali ben precisi, secondo uno schema che accomuna un po' tutta la musica new age. Nel 1980, la Windham Hill pubblica Autumn di George Winston, un disco di brani per pianoforte solo che è uno dei manifesti della nuova corrente musicale. L'album ottiene un successo in altri tempi impensabile per musiche di quel genere e segna il definitivo avvento della new age. Con il passare degli anni, si assiste a un fenomeno di progressiva espansione dei confini della musica new age. Partendo dal presupposto che con essa si vuole intendere musica capace di rilassare e infondere una sensazione di benessere, anche attraverso la sperimentazione, la new age finisce con il trasformarsi in una sorta di gran calderone, all'interno del quale vengono retrospettivamente inseriti gruppi o singoli artisti che negli anni passati avevano lavorato nell'ambito della musica elettronica o psichedelica – per esempio i Pink Floyd, i Kraftwerk, i Tangerine Dream – musicisti che per alcune delle loro opere vengono considerati, sebbene si tratti di analogie soltanto formali, assimilabili alla new age – è il caso di Keith Jarrett, Mike Oldfield o F. Battiato – o anche esponenti di tradizioni musicali popolari che, per il solo fatto di proporre melodie e arrangiamenti simili alle sperimentazioni di artisti maturati in seno alla new age vera e propria, vengono ricatalogati come musicisti new age, come è accaduto con Alan Stivell o i Pentangle. Come si può dunque intuire, l'odierna definizione di musica new age ha assunto contorni molto più sfuggenti di quelli originari, in un gioco all'interno del quale, pur ammettendo la sterilità e la meccanicità di una esasperata suddivisione della musica per generi, si rischia di accreditare una lettura così onnicomprensiva del fenomeno da privarlo di una sua ben precisa identità. E così, mentre la Windham Hill e altre etichette continuano lungo una strada che mantiene limiti abbastanza definiti, accade sempre più spesso di imbattersi in raccolte di musica new age che, accanto ad artisti come G. Winston, A. De Grossi, W. Ackermann o A. Vollenweider, collocano P. Gabriel, J. Coltrane, F. Zappa, ma anche E. Satie, C. Debussy e persino P. Čajkovskij. Se da un lato sembra così affermarsi il principio dell'universalità della musica e delle oggettive analogie che si possono riscontrare anche fra autori molto lontani nel tempo o molto diversi per estrazione e formazione culturale, dall'altro si finisce con il perdere di vista la specificità storica della creazione delle diverse opere.

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