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occidentalismo

sm. [da occidentale]. Corrente del pensiero slavo, e più in particolare di quello russo del sec. XIX, tendente a riformare in senso “occidentale” gli istituti politici, religiosi e culturali del mondo slavo. Come aspirazione all'efficienza, alla razionalità, alla tolleranza e al laicismo, considerate altrettante “virtù” della società occidentale, l'occidentalismo ha antiche radici e fu più o meno sentito dai vari popoli slavi secondo il peso che su di essi riuscì a esercitare l'Occidente. Venuto alla ribalta con la pubblicazione nel 1836 della prima delle Lettres sur la philosophie de l'histoire di P. J. Čaadaev, documento di ammirazione per la forza del cristianesimo romano e della cultura che in esso si riconosceva legittima erede, l'occidentalismo intendeva opporsi al chiuso nazionalismo ufficiale che, sotto i veli della slavofilia ortodossa e autocratica, giustificava la spietata politica di repressione di ogni libertà all'interno e di isolamento all'esterno, fatta propria da Nicola I. Anzi secondo gli occidentalisti, da Čaadaev a Belinskij a Herzen, solo il ritorno agli stretti legami con la civiltà occidentale, non imitandola, ma realizzando la sintesi dei suoi aspetti positivi poteva consentire alla Russia incolta e semibarbara di ricoprire un ruolo preminente nella storia dello sviluppo umano. L'eredità dell'occidentalismo è stata ripresa e approfondita dai gruppi politicamente più impegnati in senso liberal-democratico e dal populismo. Ma a parte i popoli dominati direttamente, come la Boemia, la Polonia, la Croazia, ecc., tra gli Slavi indipendenti (o comunque non soggetti a Stati europei) l'occidentalismo fu sostanzialmente un ideale aristocratico che lasciò immuni le masse popolari, fedeli ai loro valori culturali e alla propria “identità”. Del resto, se l'ammirazione e l'imitazione dell'Occidente dominarono a lungo alla corte di Pietroburgo, esse non giunsero mai a intaccare in profondità la visione politica e sociale degli zar che rimase sostanzialmente autonoma e vigile, quando non diffidente, nei riguardi del “corrotto” mondo occidentale.

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