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Lessico

sf. [sec. XIV; dal latino occupatio-onis].

1) Atto ed effetto dell'occupare un luogo: occupazione delle terre, di un edificio; truppe d'occupazione. In senso giuridico, modo di acquisto della proprietà; anche l'atto con cui si toglie al proprietario la disponibilità di un proprio bene.

2) Ogni attività che tiene occupati o di cui ci si occupa: occupazione fisica, mentale; avere diverse occupazioni. In particolare, attività remunerata, professione, lavoro: trovare un'occupazione. Concretamente, nell'uso economico, l'insieme dei lavoratori occupati in un dato luogo.

3) Nei sistemi di segnalazione ferroviaria, lo stesso che via impedita.

Diritto romano

Modo di acquisto della proprietà attuata con la presa di possesso di una res nullius. Condizioni per conseguire la proprietà per occupazione erano quindi: se la cosa era di nessuno o non era rivendicata da nessun padrone; se colui che ne entrava in possesso aveva la volontà espressa (attraverso l'atto del prendere la cosa) di esercitare su di essa il diritto di proprietà. Oggetto dell'occupazione potevano essere: animali allo stato brado; in mancanza di riserve di caccia, l'animale era del cacciatore anche se entrava su fondo privato, purché il padrone del fondo non ne avesse proibito l'accesso. Si aveva occupazione anche nel caso della pesca, sia per concessione pubblica sia per pattuizione fra lo Stato e i pescatori (con un canone di affitto in cambio del diritto di pescare). Res nullius erano pure i relitti trovati in riva al mare, le cose mobili prese al nemico, l'isola formatasi in mezzo al fiume o al mare, il letto dei fiumi escluso dai confini di un fondo privato. Rientravano fra le res nullius anche le cose abbandonate (res derelictae o iactae) con l'evidente volontà del proprietario di disfarsene definitivamente.

Diritto civile

Nel diritto civile vigente con l'occupazione si acquistano le cose mobili che non sono proprietà di alcuno. Tali sono le cose abbandonate e gli animali che formano oggetto di caccia e di pesca. Di notevole interesse sono le norme che disciplinano il ritrovamento di cose o di un tesoro. Chi trova una cosa mobile deve restituirla al proprietario e, se non lo conosce, deve consegnarla senza ritardo al sindaco del luogo in cui l'ha ritrovata, indicando le circostanze del ritrovamento. Il sindaco rende nota la consegna per mezzo di pubblicazione nell'albo pretorio del comune, da farsi per due domeniche successive e da restare affissa per tre giorni ogni volta. Trascorso un anno dall'ultimo giorno della pubblicazione senza che si presenti il proprietario, la cosa (oppure il suo prezzo, se le circostanze ne hanno richiesto la vendita) appartiene a chi l'ha trovata. Il proprietario deve pagare a titolo di premio al ritrovatore, se questi lo richiede, il decimo della somma o del prezzo della cosa ritrovata. Per quanto riguarda il tesoro, esso viene definito dall'art. 932 come qualunque cosa mobile di pregio, nascosta o sotterrata, di cui nessuno può provare di essere proprietario. Se il tesoro è stato trovato sul fondo altrui, purché sia stato scoperto per solo effetto del caso, spetta per metà al proprietario del fondo e per metà al ritrovatore. La stessa disposizione si applica se il tesoro è scoperto in una cosa mobile altrui. Per il ritrovamento di oggetti di interesse storico, archeologico, artistico, si osservano le disposizioni delle leggi speciali. Analoga disciplina prevede l'art. 933 in riferimento alle cose gettate in mare o sopra quelle che il mare rigetta e per il ritrovamento di aeromobili e di relitti di aeromobili.

Diritto internazionale

I criteri dell'occupazione, da parte di uno Stato, di un territorio disabitato, sono costituiti: dall'animus occupandi, cioè dalla volontà dello Stato di impossessarsi di questo territorio, al fine di sottoporlo alla sua sovranità; dall'occupazione materiale e concreta del territorio, non meramente simbolica. Per i territori polari vige la “teoria dei settori”, per la quale ogni Stato avente territori oltre i circoli polari potrebbe rivendicare le terre comprese nella zona polare “geograficamente corrispondente ai territori già posseduti”. Questa teoria non è però accettata da tutti.

Diritto militare

Forma di violenza bellica contro il territorio dello Stato nemico: consiste nell'impossessamento (da parte di uno Stato belligerante) di tutto o di parte del territorio nemico, con l'intenzione di conservarne durevolmente il possesso. L'occupazione è regolata sia da norme internazionali (IV Convenzione dell'Aia, 18 ottobre 1907, sulle leggi e gli usi di guerra; IV Convenzione di Ginevra, 12 agosto 1949, sulle persone civili protette), sia da norme dello Stato italiano (legge di guerra e legge di neutralità approvate col R.D. 8 luglio 1938 n. 1415; art. 19, 235, 260 Codice penale militare di guerra). Le Convenzioni internazionali hanno cercato di contenere e mitigare l'esercizio dei poteri dello Stato occupante nei confronti della popolazione civile dimorante nel territorio occupato. Lo Stato occupante può istituire nel territorio occupato un governo militare ed esercitare il potere di polizia; non può annettere il territorio, né pretendere dagli abitanti il giuramento di fedeltà e il servizio militare, né esercitare azioni di repressione collettiva.

Economia

In generale, l'utilizzazione di ogni tipo di fattore produttivo da parte del sistema economico. In particolare, l'impiego da parte del sistema del solo fattore lavoro. Il problema economico dell'occupazione sorge sia sul piano teorico sia su quello pratico e politico, esclusivamente nei termini del massimo possibile assorbimento di manodopera consentito dalla struttura del sistema. Si definisce piena occupazione la situazione caratterizzata dall'assenza di disoccupazione involontaria in cui cioè al tasso corrente dei salari la domanda di lavoro eguagli l'offerta o la superi. Una situazione siffatta ammette pertanto il sussistere di una certa disoccupazione sia frizionale, legata non tanto a fattori strutturali quanto a fattori di mobilità del lavoro, sia stagionale, ma esclude l'esistenza di ogni tipo di disoccupazione legata a fattori produttivi, tecnologici, ciclici. In pratica piena occupazione significa quindi non un'occupazione al 100% ma un saggio di disoccupazione che non superi il 2-3%. Nel sistema di pensiero classico e anche neoclassico, il problema della piena occupazione ebbe scarsa rilevanza e quella che ebbe fu solo in funzione del problema dei salari. Ritenevano infatti i classici, e Pigou ne fu l'ultimo ma eminente portavoce, che in un regime liberistico di concorrenza perfetta la possibilità di flettersi e aumentare da parte dei salari monetari era in grado di assicurare automaticamente l'equilibrio fra domanda e offerta di lavoro. Se il mercato del lavoro è competitivo, essi argomentavano, i lavoratori disoccupati saranno disposti ad accettare salari più bassi pur di trovare un'occupazione; salari più bassi accresceranno la domanda di lavoro e la disoccupazione sarà così assorbita. Smentita clamorosamente dalla storia che dalla seconda metà del sec. XIX, cioè dall'affermarsi dell'era industriale, ha visto susseguirsi paurose crisi produttive e quindi occupazionali, la teoria classica è stata attaccata sul piano dottrinale da J. M. Keynes il quale ha dimostrato che in un'economia non pianificata non esiste alcun meccanismo in grado di garantire naturalmente il mantenimento della piena occupazione, dipendendo quest'ultima solo dal livello della domanda globale. Il grande economista inglese fu in effetti il primo ad affrontare organicamente il problema della piena occupazione e a proporre misure di politica economica atte a promuoverla (tassazione progressiva per aumentare la propensione al consumo, investimenti pubblici, bassi tassi d'interesse quale incentivo agli investimenti privati). La contrapposizione tra economisti fiduciosi nel funzionamento del mercato ed economisti più pessimisti rimane valida anche ai nostri giorni: M. Friedman ha ripreso l'idea classica di equilibrio naturale dell'economia, puntualizzando il concetto di tasso naturale di disoccupazione; E. Malinvaud, H. Grossman, J. P. Benassy hanno elaborato schemi di equilibrio non walrasiano in cui con maggiore rigore si può analizzare l'insorgenza della disoccupazione involontaria. Un filone particolarmente interessante di studi ha riguardato l'effetto della presenza del sindacato sull'occupazione. Un'argomentazione ormai divenuta tradizionale è quella di ritenere che il potere monopolistico esercitato dal sindacato aumenta la retribuzione reale dei lavoratori, creando però disoccupazione. Questa scuola ha poi considerato che il sindacato dei lavoratori incontrava come controparte il sindacato dei datori di lavoro. Si sono sviluppati modelli di bargaining in cui le decisioni sul salario e l'occupazione sono oggetto di contrattazione tra un monopolista (il sindacato dei lavoratori) e un monopsonista (il sindacato dei datori di lavoro). A livello delle politiche economiche volte a favorire la piena occupazione, bisogna sottolineare che nel nostro Paese la disoccupazione provocata dalle ripetute recessioni economiche è stata per lo più fronteggiata, sul piano sociale, con alcuni “ammortizzatori sociali” quali la Cassa integrazione guadagni. .

Economia: i modelli occupazionali

Nei Paesi industrializzati dopo che una lunga fase di espansione economica, con l'adozione di particolari politiche economiche e sindacali, aveva condotto durante gli anni Settanta del sec. XX a un passo dalla piena occupazione, il sistema produttivo mondiale ha visto flettersi il numero di occupati, secondo due diverse modalità generali. Nei Paesi a economia avanzata il numero di occupati decresce in termini assoluti, dalla metà degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta; nei Paesi a economia in via di sviluppo, il numero totale di occupati può talvolta risultare in aumento, ma quasi mai a un tasso almeno pari al tasso di crescita della popolazione: in questi casi, dunque, la disoccupazione cresce percentualmente anche se non in valore assoluto. Si tratta, dunque, di due ben distinti modelli occupazionali. Per quanto riguarda i Paesi in via di sviluppo, la crescita occupazionale concerne, innanzi tutto, solo una parte di essi, e precisamente quei Paesi che vengono correntemente definiti come “emergenti” (distribuiti nell'Asia di Sud-Est, nell'Asia orientale e nell'America Latina), mentre la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo (resto dell'Asia, Africa) presenta tassi di occupazione fortemente oscillanti secondo le congiunture e comunque molto bassi, tenendo conto delle oggettive difficoltà di valutazione statistica corretta. In sostanza, i Paesi più poveri non presentano sintomi evidenti di un progresso occupazionale, laddove le rispettive popolazioni crescono ai ritmi più elevati al mondo. I Paesi, invece, in via di industrializzazione o emergenti, in primo luogo stanno avviando a completamento la transizione demografica, e dunque presentano tassi di crescita della popolazione via via meno elevati; in secondo luogo, da tempo hanno saputo avviare politiche di valorizzazione autogena delle risorse, naturali e umane, tali da costituire un'offerta di impieghi relativamente abbondante; e, infine, sono i Paesi che stanno maggiormente beneficiando del cosiddetto processo di globalizzazione dell'economia mondiale, specialmente per quanto riguarda la delocalizzazione di quelle attività produttive manifatturiere e terziarie o, più spesso ancora, di quei segmenti di cicli produttivi che, richiedendo un forte impiego di manodopera, sono divenuti troppo onerosi (dal punto di vista delle imprese) nei Paesi economicamente avanzati, e sono quindi trasferiti in Paesi dove il costo del lavoro è incomparabilmente più basso. È soprattutto quest'ultimo fattore a determinare quel vantaggio competitivo, da parte delle economie emergenti, che comporta un aumento netto, in termini assoluti e percentuali, dell'occupazione; si tratta comunque, fra l'altro, di forme istituzionalmente non confrontabili con quelle tipiche dei rapporti di lavoro nei Paesi da più tempo industrializzati, ed è questa stessa differenza (sotto il profilo non solo dei salari, ma delle politiche sociali connesse all'occupazione) a garantire una quota, appunto, della competitività. Nei Paesi industrializzati, specularmente, si perde una parte degli impieghi in conseguenza dei processi di delocalizzazione appena accennati: e si tratta forse della quota più evidente, giacché riguarda produzioni che richiedono manodopera, che sono spesso realizzate dalle stesse imprese che in precedenza le realizzavano nei Paesi più avanzati, che vengono commercializzate negli stessi Paesi più avanzati, ma che non ne sostengono più l'occupazione. In altri termini, nella gran parte dei casi i prodotti rimangono gli stessi e proseguono la loro circolazione come per il passato, ma sono realizzati da altri lavoratori e in altri Paesi: la competizione sembra piuttosto essere, quindi, fra forze di lavoro di aree differenti. Tuttavia, la quota di impieghi più consistente perduta dai Paesi a economia avanzata sembra causata piuttosto da altri fenomeni, la cui azione si è esplicata nel medio-lungo periodo. Una prima ondata di innovazione produttiva ha espulso una gran quantità di manodopera già nel corso degli anni Settanta e Ottanta: fu, allora, l'introduzione dell'informatica e della robotica a consentire un incremento della produzione, ma anche la sostituzione di una parte della forza lavoro con processi automatizzati; una seconda ondata, sostenuta dai cosiddetti sistemi esperti, da una generale espansione dell'automazione e da una maggiore flessibilità delle procedure informatizzate; questo secondo insieme di fenomeni si è realizzato già nella seconda metà degli anni Ottanta ed è proseguita nel decennio successivo, intaccando i livelli occupazionali non solo nell'industria manifatturiera, ma anche in alcune frange del terziario. Nella stessa direzione agiscono le azioni di riprogettazione (re-engineering) dei processi produttivi, cioè la riorganizzazione dei cicli, attraverso frammentazione e delocalizzazione dei segmenti produttivi: a parità di tecnologie, già questi interventi di riorganizzazione comportano una diminuzione delle necessità di forza lavoro. L'insieme di questi processi ha cominciato a svilupparsi negli anni Ottanta, e da allora i tassi di disoccupazione sono cresciuti fino a raggiungere quote vicine o superiori al 10% (a livello di singoli Stati industrializzati), contro un 2-3% degli anni Settanta, che poteva essere considerato un livello fisiologico assai prossimo alla piena occupazione realisticamente perseguibile. Le imprese hanno ormai un interesse fortissimo a comprimere il costo del lavoro, posto che gli altri fattori di costo non appaiono parimenti comprimibili. In un clima di concorrenza globale appare, quindi, improbabile che il sistema delle imprese lasci cadere l'opportunità di realizzare profitti crescenti e prezzi sempre più competitivi. D'altra parte, il principio della divisione internazionale del lavoro, che pare avere ricevuto nuova forza proprio da questi processi occupazionali, tende a concentrare nei Paesi avanzati le produzioni ad alto contenuto tecnologico, quindi di capitali, lasciando ai Paesi emergenti quelle ad alto contenuto di manodopera; le attività ad alto contenuto tecnologico sono, infatti, per definizione, a basso o bassissimo contenuto di manodopera. Tutto ciò non toglie che, in presenza di particolari condizioni congiunturali, l'occupazione possa mostrare una tendenza di breve periodo all'aumento; ma occorre fare attenzione a due distinti elementi del problema. Da un lato, le modalità di rilevazione statistica, che in questo campo sono assai variabili da Paese a Paese e generalmente insoddisfacenti (a cominciare da quelle adottate dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro, sottoposte a periodiche critiche), e che portano a sottovalutare o sopravvalutare l'incidenza della disoccupazione o della sottoccupazione. Da un altro punto di vista, occorre anche distinguere fra le diverse forme di occupazione: l'occupazione che cresce, in effetti, non è determinata da un aumento dei posti di lavoro stabili, permanenti, ma da impieghi part time, temporanei (a termine), cosiddetti “flessibili”, spesso non garantiti sindacalmente, senza previsione di coperture assicurative e pensionistiche, e via dicendo. L'insieme dei due elementi (qualità delle statistiche e qualità del lavoro) può portare a considerare in maniera molto difforme dalla realtà le condizioni dell'occupazione in un dato Paese. Mentre appare del tutto improbabile che la tendenza possa invertirsi spontaneamente, si conferma generalmente che questi livelli di disoccupazione sono funzionali alla redditività delle imprese e dei profitti da capitale, quindi al sistema finanziario (più che a quello produttivo in senso proprio); del resto, sono finanziari i parametri sui quali, attualmente, si valutano le economie dei singoli Paesi o, per esempio, le possibilità per i Paesi dell'Unione Europea di entrare a far parte del meccanismo di unificazione economica regolato dagli accordi di Maastricht. Il che confermerebbe che si tratta, in questa fase della crescita dell'economia, di una condizione strutturale. Per tutto ciò, il problema dell'occupazione si sposta dal piano prettamente economico (produzione complessiva, produttività dell'impresa), al piano socio-politico, nel senso che spetterà alla sfera politica escogitare nell'immediato futuro, nei Paesi a economia avanzata, forme di compensazione sia sul piano reddituale (minore occupazione significa, in genere anche se non sempre, minore reddito alle famiglie), sia sul piano sociale in senso lato (uso delle risorse umane, gestione del tempo libero ecc.). In proposito, le proposte che vengono avanzate più frequentemente (ma che vengono osteggiate con vigore dalle imprese e dagli analisti di scuola neoliberista) riguardano una riduzione dell'orario di lavoro, che richiederebbe un aumento degli occupati; una riduzione della durata della vita lavorativa, con ritiro anticipato rispetto ai livelli attuali (ma è noto che la tendenza attuale è esattamente opposta); la creazione di lavoro sociale, cioè non produttivo in termini immediatamente monetizzabili (ma produttivo in termini di risparmi sociali). Per finanziare questi interventi, che inevitabilmente ricadrebbero sul sistema pubblico, dovrebbero essere aumentate le imposizioni dirette progressive sui redditi e in particolare sui redditi da capitale, così da procedere a una forma di redistribuzione dell'aumento di ricchezza, attualmente assai concentrata.

Economia: il livello occupazionale italiano

In Italia l'andamento del livello occupazionale ha seguito la recessione dei primi anni Novanta: nel 1993 è diminuito per esempio del 2,8%. Oltre alla contrazione strutturale dell'agricoltura, la flessione è stata prevalentemente registrata nell'industria in senso stretto mentre nel terziario questa riduzione dell'occupazione non ha riguardato il credito e le assicurazioni. L'occupazione è diminuita su tutto il territorio italiano: mentre inizialmente il calo ha interessato soprattutto il Centro-Nord, a partire dal 1992 si è manifestato in misura più ampia nel Sud. Questa flessione nel lavoro ha portato a un incremento nel ricorso alla Cassa integrazione guadagni. Tuttavia, in base alla legge 23 luglio 1991, n. 223, è stato reso disponibile alle imprese in difficoltà un valido strumento nella possibilità di limitare il ricorso alla Cassa integrazione guadagni (CIG) e di utilizzare la “messa in mobilità” del lavoratore per il quale con la rescissione del contratto di lavoro con l'impresa lo stesso lavoratore viene di fatto licenziato. Tale strumento offre in particolare alle imprese la possibilità di separare il sostegno ai lavoratori licenziati dal processo di ristrutturazione aziendale. Con il proseguire della crisi, l'uso della CIG e della “messa in mobilità” si è diffuso, come previsto dalla legge 19 luglio 1993, n. 236, a vari settori e aree geografiche. Nel 1993, il livello di disoccupazione è stato del 10,4%, segnando un divario territoriale considerevole tra Meridione (17,7%) e Centro-Nord (7%). Nel 1994, l'occupazione si è ridotta invece dell'1,6%. Il miglioramento rispetto al calo del precedente anno è stato in parte dovuto a una minore regressione dell'occupazione nel settore manifatturiero (chimica, macchine per ufficio, automobili). Il calo dell'occupazione è stato prevalentemente concentrato nel Meridione (–2,6%) a causa della diversa composizione settoriale dell'occupazione nelle due aree. In particolare, le tendenze demografiche e una struttura dell'economia ancora prevalentemente di tipo agricolo distinguono fortemente il Mezzogiorno dalle condizioni del Centro-Nord che presenta una economia prevalentemente orientata ad aree esterne. Nel 1995, la situazione del mercato del lavoro è mutata segnando solo una lievissima riduzione (–0,4%) nel numero di occupati. Oltre all'agricoltura, le riduzioni più significative sono state nell'edilizia e nell'industria in senso stretto, mentre i servizi orientati alla vendita hanno segnato un incremento. La flessione è stata prevalentemente concentrata nel Meridione, che ha registrato un calo del 2,2%. Nel 1995, il tasso di disoccupazione medio è stato del 12,2% ed è andato aumentando fino al 1997 (12,4%), per poi diminuire nel 1998 (12,2%). Il moltiplicarsi di forme più flessibili di impiego ha favorito la ripresa del lavoro dipendente; in particolare si è verificato un netto incremento nei rapporti di lavoro a termine, sia a causa del ricambio generazionale degli occupati sia alla progressiva estensione dell'area dei contratti a termine sotto le spinte della contrattazione collettiva e delle aperture legislative. Nel 1997 è stato inoltre introdotto il lavoro interinale. Nuovi incentivi a partire dallo stesso anno sono stati destinati al part time, la cui diffusione nel nostro Paese è ancora minore rispetto a quella degli altri Paesi europei. Nel 1998 è stata introdotta una nuova disciplina rispetto ai contratti di formazione e lavoro, la cui applicazione è stata resa possibile anche per l'apprendistato a nuovi settori, il cui limite di età è stato innalzato da 20 a 24 anni (26 in alcune aree del Paese) e la cui durata massima è stata allungata a quattro anni. Inoltre per quanto riguarda i contratti a tempo parziale, nel 1998 un decreto del ministro del Lavoro ha introdotto sgravi contributivi triennali sia per le nuove assunzioni a tempo parziale e indeterminato, sia per la trasformazione di preesistenti posizioni a tempo pieno, operate nell'ambito di accordi sindacali per la gestione degli esuberi di personale. Oltre a differenziare gli sgravi in base all'orario medio settimanale, il decreto fissa il numero massimo di contratti a tempo parziale in relazione alle dimensioni dell'impresa; prevede inoltre un trattamento preferenziale per i giovani fino a 25 anni e per le donne con figli o con soggetti disabili conviventi. Nel 1999 è proseguita la ripresa dell'occupazione in Italia e nell'area dell'euro. Il tasso di occupazione è stato pari al 42,4% per il totale della popolazione (56,1% per gli uomini e 29,8% per le donne). Il 64,9% dei lavoratori risultava occupato nei servizi, il 22,7% nell'industria, il 6,5% nel settore delle costruzioni e il 5,9% nell'edilizia.

Sociologia

La rivoluzione indotta nei sistemi produttivi e nella struttura del lavoro dalla diffusione delle tecnologie informatiche e dai nuovi sistemi organizzativi ha reso sempre meno rigorosa ed empiricamente applicabile la classica distinzione fra occupazione manuale e occupazione intellettuale. Distinzione che era alla base – sino alla fine degli anni Settanta – dell'opposizione fra i due universi culturali individuati dalla sociologia delle classi nordamericana (colletti bianchi e colletti blu). Per un verso, infatti, la sociologia contemporanea ha sviluppato un'importante revisione critica circa il ruolo del lavoro – e dell'appartenenza occupazionale – nella definizione delle identità sociali (concetto non automaticamente sovrapponibile a quello di classe sociale). Per un altro aspetto, l'espansione dei ceti medi burocratici e il carattere esecutivo e ripetitivo delle mansioni loro affidate, insieme agli effetti sociali della scolarizzazione di massa, producono un declassamento della condizione impiegatizia e dei suoi presunti privilegi. Si riduce, in altri termini, la distanza sociale fra occupazione manuale (operaia) e non, o quanto meno si ridimensiona nell'opinione pubblica la percezione di tale distanza. Contemporaneamente, le nuove tecnologie produttive e i sistemi di organizzazione strategica del lavoro – affermatisi su larga scala negli anni Ottanta – hanno potentemente favorito la formazione di un ventaglio di figure intermedie (tecnici di produzione, operatori burocratici esecutivi, ecc.) che contribuiscono a rendere più complesso e variegato il panorama della stratificazione sociale. § Occupazione viene anche chiamata una forma di lotta non di rado applicata dai movimenti operai, contadini, studenteschi: si parla così, rispettivamente, di occupazione delle fabbriche, delle terre, delle scuole.

Storia: occupazione delle fabbriche

Generalmente si riferisce a quella particolare forma di lotta del movimento operaio italiano che assunse vaste proporzioni nel settembre 1920 come punto culminante degli scioperi e delle agitazioni che gli operai italiani condussero dalla fine della guerra mondiale a tutto il 1920. La scintilla dell'intero movimento fu accesa dalla serrata dell'Alfa Romeo di Milano (30 agosto 1920) voluta dal padronato e appoggiata dal nascente fascismo, cui si contrappose la decisione dei lavoratori della fabbrica di procedere alla sua occupazione. Immediatamente gli industriali deliberavano la serrata di tutti gli stabilimenti, provocando la reazione degli operai che nella sola Milano occuparono 300 fabbriche. Il fenomeno si ripeté massiccio in Piemonte e in Toscana. Il lavoro procedette quasi normalmente e gli operai organizzarono anche la vendita dei prodotti. Il governo Giolitti non intervenne, ma preferì affidarsi allo spirito riformista dei dirigenti sindacali, i quali prospettarono come soluzione il “controllo operaio sulla produzione” legalmente riconosciuto dal governo. Il decreto venne emesso ma rimase inoperante, in quanto le divisioni interne alla leadership politica del movimento di occupazione, l'incapacità a dare concreta attuazione a organismi in grado di attuare forme di gestione dell'impresa da parte dei lavoratori, e l'azione dello squadrismo fascista, furono alcuni dei tanti fattori che accompagnarono l'esaurirsi delle esperienze di occupazione delle fabbriche durante il “biennio rosso”.

Storia: occupazione delle terre

Forme di occupazione delle terre da parte di nullatenenti, di forze bracciantili e contadine, sono rintracciabili lungo tutto il corso della storia. Per ciò che riguarda, in particolare, le trasformazioni delle forme di lotta dei lavoratori italiani e della loro storia più recente, va ricordata l'esperienza, assunta a simbolo di una particolare rivendicazione sociale e politica, del vasto movimento di occupazione delle terre verificatosi alla fine del primo conflitto mondiale. Durante la prima guerra mondiale, nel periodo difficile del 1916-17, il governo italiano diffuse fra i contadini lo slogan “la terra ai contadini” allo scopo di ottenere un maggior spirito combattentistico. Dal canto loro i contadini chiedevano oltre alla concessione di terre la costituzione di un ente di bonifica, cioè l'“Opera Nazionale Combattenti”. Nei primi mesi del 1919, i contadini reduci dal fronte diedero vita ad agitazioni, specialmente nelle zone del latifondo e della bonifica (Sicilia, Calabria, Lazio, delta del Po) e occuparono le terre, iniziando la semina nei territori incolti o a pascolo. Il fenomeno assunse presto proporzioni tanto vaste che fu varata (1919) una legge per la concessione di terre incolte a cooperative di contadini per quattro anni. Il movimento però non fu piegato da queste modeste riforme, anzi riprese più vasto e incisivo nel Sud, nelle isole e specialmente nelle province veneto-emiliane, con scioperi che nel 1920 raggiunsero 15 milioni di giornate lavorative. Leghe, amministrazioni comunali e cooperative furono i centri organizzativi del movimento. Particolarmente combattive furono le leghe rosse dei socialisti e quelle bianche dei cattolici. Nel 1921 il movimento subì una grave flessione per i colpi inflittigli dallo squadrismo agrario. L'ascesa al potere del fascismo portò all'abrogazione della legge Visocchi sulla concessione di terre e all'aumento della pressione tributaria sulla piccola e media proprietà agraria a favore della grande proprietà. Anche nei primi anni della Repubblica italiana, sorta dalle miserie della seconda guerra mondiale, si ebbero alcune forme di occupazione delle terre, specialmente nel Mezzogiorno, talvolta spontanee e difficilmente organizzate dai nuovi sindacati, talvolta dai toni fortemente politici, che comunque esprimevano l'esigenza di procedere alla riforma agraria, poi decisa e attuata, non sempre con successo, dai primi governi democratici. Questi tentarono di incentivare lo spirito di solidarietà e d'intrapresa di una società rurale che, pur nella sua complessità, andava assumendo un ruolo sempre meno centrale nelle dinamiche di sviluppo del Paese, dove le sacche di arretratezza dell'agricoltura erano destinate a essere aggravate dai processi d'inurbanizzazione e d'industrializzazione.