Lessico

sf. [sec. XIII; latino volg. pernŭla, dim. di perna, conchiglia].

1) Concrezione madreperlacea tondeggiante prodotta da varie specie di molluschi e usata come ornamento fin da tempi remoti.

2) Frequente in similitudine poetica, specialmente in relazione al colore bianco e lucente; spesso per indicare i denti: “La bella bocca angelica, di perla / piena” (Petrarca); talvolta può direttamente indicare tonalità chiara e trasparente di colore, anche come agg. inv. posposto: viso di perla; grigio perla. Fig., in relazione alla preziosità e rarità, persona o cosa eccellente, esemplare: una perla di marito; quel ragazzo è una perla; una perla dell'arte islamica; anche iron. e antifrastico: una perla di furfante; in particolare, errore grossolano e madornale: nella traduzione brillano due perle.

3) Per estensione, oggetto di forma o aspetto simile: grani o perle di Baily, in astronomia, vedi Baily, Francis; nella tecnica farmaceutica, capsula di gelatina di forma sferica adatta a contenere farmaci liquidi.

Tecnica: pesca delle perle

La produzione della perla è il risultato della reazione del mollusco alla presenza di un corpo estraneo insinuatosi accidentalmente nel mantello fino a trovarsi circondato dall'epitelio che secerne la conchiglia. Il corpo estraneo (in genere un parassita non specifico o un granello di sabbia) stimola la secrezione di una sostanza identica a quella che produce la madreperla, cioè lo strato più interno (ipostraco) della conchiglia, tanto che la costituzione chimica della perla è la stessa di quella della madreperla: all'incirca il 92% di carbonato di calcio cristallino (aragonite e calcite), il 6% di sostanza organica (conchiolina) e il 2% di acqua. I molluschi produttori di perle più noti appartengono al genere Meleagrina; perle di vario colore sono prodotte da alcune specie dei generi Mytilus (verde chiaro o violacee), Malleus (bronzee), Haliotis (vari colori), Trochus (iridescenti), Pecten, Spondylus, Venus, dalle specie Arca noae, Pinna nobilis, Tridacna gigas, da alcune specie di acqua dolce dei generi Margaritana, Unio, Anodonta. La raccolta delle perle comporta la pesca dei molluschi nei fondali rocciosi sui quali vivono generalmente, anche a notevole profondità; si effettua con tecniche diverse secondo la profondità dei fondali. Il metodo più semplice e più antico è l'immersione in apnea: fanno addirittura parte del folclore i pescatori di perle dell'Oceano Indiano che scendono anche 40 volte al giorno fino a 6-7 m, zavorrati da una grossa pietra legata a una caviglia, stanno sott'acqua circa un minuto riempiendo un sacchetto di rete e riemergono aiutandosi con una corda pendente dalla barca. Più moderna, ma tutto sommato più lenta e certamente più dispendiosa (almeno per l'imprenditore), la pesca con palombari, d'altra parte la sola possibile nel caso di fondali profondi. Usata talvolta la pesca con la draga, che però al vantaggio di un minore rischio affianca lo svantaggio di una minore resa.

Tecnica: coltivazione delle perle

La probabilità di trovare una perla è molto scarsa (più o meno una ogni mille molluschi pescati) per cui, data la richiesta e la relativa diffusione degli ornamenti di perle, già da vari secoli si è studiato il modo di produrre “artificialmente” le perle utilizzando i molluschi stessi. In teoria basta introdurre un corpo estraneo nel mantello del mollusco, quasi a contatto con l'ipostraco, perché l'animale sia indotto a neutralizzarne l'azione irritante mediante l'inglobamento nella sostanza secreta dall'epitelio a ciò preposto. In pratica però il procedimento è tutt'altro che semplice, tanto che, se è vero che già nel sec. XII i Cinesi riuscivano a provocare la formazione di perle emisferiche in un mollusco d'acqua dolce (Dipsas plicatus), è anche vero che soltanto nel sec. XX ha inizio la produzione su vasta scala delle perle coltivate. L'antico metodo cinese di Ye Jing Yang, consistente nell'introdurre un piccolo corpo estraneo fra mantello e conchiglia, era stato ripreso nel 1890 dai Giapponesi i quali utilizzavano la Meleagrina martensi per produrre mezzeperle (o bisperle) che, completate con una calotta emisferica di madreperla, venivano poste in commercio con il nome di “perle giapponesi”. Nel 1905 il giapponese Kōkichi Mikimoto riuscì finalmente a stimolare artificialmente la produzione della prima perla intera, che, nello strato esterno, non differiva in nulla dalle perle naturali. Da allora si cominciò a distinguere le perle “coltivate” da quelle “vere”, o “accidentali”, riconoscibili le une dalle altre soltanto ai raggi X. Il metodo di Mikimoto, che fu messo a punto soltanto nel 1913 e rimase a lungo un segreto, si articola in quattro fasi distinte. Anzitutto si dispone un allevamento di Meleagrina martensi (o di altri molluschi considerati di alta produttività) in gabbie metalliche sospese in acqua calma comunicante con il mare aperto. A un'età variabile fra i tre anni e i tre e mezzo i molluschi sono portati in appositi laboratori e sottoposti a un vero e proprio intervento chirurgico: dal mantello di un animale, estratto dalla conchiglia, viene prelevato l'epitelio secernente la conchiglia stessa, che viene tagliato in piccole parti utilizzate per formare microscopici sacchetti all'interno dei quali si pone una sferetta di madreperla; ogni sacchetto viene poi inserito nello spessore del mantello, opportunamente inciso, degli animali destinati alla produzione delle perle. Al termine dell'operazione i molluschi sono sistemati in altre gabbie metalliche e riportati in mare, dove restano da un minimo di tre a un massimo di sette anni, necessari per la formazione della perla. Trascorso questo periodo, durante il quale vengono effettuati saltuari controlli per la pulizia delle gabbie e per scartare gli animali che non formano perle o le formano difettose, si procede all'ultima fase, consistente nell'estrazione delle perle e nella loro classificazione secondo la forma, la grandezza, il colore, ecc. Il metodo di Mikimoto ha dato risultati particolarmente brillanti in Australia, dove si utilizza un mollusco (Meleagrina maxima) di oltre 20 cm di diametro che produce perle sensibilmente più grandi di quelle degli allevamenti giapponesi, le quali ultime tuttavia sono generalmente più pregiate perché hanno una colorazione migliore, dai riflessi più caldi.

Tecnica: lavorazione delle perle

La lavorazione delle perle, sia vere sia coltivate, non presenta particolari difficoltà essendo generalmente ridotta alla semplice foratura, che si effettua (come la lavorazione della madreperla) in presenza di acqua per impedire l'eccessivo riscaldamento della punta di acciaio e quindi il deterioramento della perla. È invece importante ricordare che con il tempo le perle tendono a ingiallire e a perdere la lucentezza, soprattutto a causa dell'azione di sostanze sia pur debolmente acide (per esempio il sudore della pelle). Se l'invecchiamento non è eccessivo è sufficiente strofinare la perla con pelle morbida cosparsa di finissima polvere di alabastro o di corallo, mentre in presenza di alterazioni profonde (che possono arrivare fino alla screpolatura, dando luogo alla cosiddetta “perla morta”) è necessario eliminare completamente gli strati superficiali deteriorati. Caratteri distintivi di una perla sono: l'oriente, traslucidità dovuta alla scomposizione della luce; lo splendore, tipico punto luminoso della superficie quando la perla è posta in piano; il colore, generalmente bianco vellutato che può avere tonalità tendenti al verde, viola, bronzo (rare le perle colorate vivacemente); la lucentezza, caratteristico riflesso molto vivo nelle perle naturali, meno in quelle coltivate; la forma, oltre che sferica può essere emisferica, a goccia, tondo-appiattita, irregolare (perle barocche); il peso, calcolato in grani.

Etnologia

Il simbolismo della perla è particolarmente presente nella tradizione cinese, dove essa è rivestita di sacralità in quanto originata dall'acqua e perché rappresenta il principio femminile yin. Da ciò la relazione con la donna e la fecondità (presente anche nei testi vedici), sentita particolarmente anche per l'analogia tra il feto e la perla dentro l'ostrica. § Già i popoli antichi usarono la perla per collane (aderenti al collo, come quelle assire; guarnite di ciondoli disposti simmetricamente, in Grecia; in uno o più fili o come terminale dei lunghi orecchini pendenti, a Roma). Le perle trovarono il massimo risalto nello splendore dell'oreficeria bizantina (corone e orecchini) e nella sontuosità del costume rinascimentale, anche come ornamento delle acconciature femminili. L'alto costo ne limitò comunque l'uso alle classi più abbienti finché non si diffuse la produzione di perle coltivate per collane, bracciali, orecchini. Si trovano in commercio anche perle artificiali, dette roman, costituite da uno strato di alabastro ricoperto di materiale perlaceo, di scarso valore.

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