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paesàggio (arte)

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Dall'antichità alla fine del XVI secolo

Nei paesaggi il soggetto è rappresentato perlopiù da scorci più o meno ampi di ambiente naturale e generalmente si differenzia dalle raffigurazioni di città denominate vedute. Il paesaggio è caratteristico dell'espressione pittorica, perché più adatto a rendere lo spazio e la profondità, ma esistono anche brani paesistici nella scultura. La rappresentazione di elementi naturali ebbe un certo sviluppo già nell'arte egiziana (tavolette dipinte di Tebe) e in quella assira (come dimostrano i rilievi di Sennacherib), benché non fosse concepita in modo autonomo, ma come ambientazione per le figure. Nell'arte greca del periodo classico scarse sono le notazioni naturalistiche, mentre un maggiore interesse per la rappresentazione paesistica si riscontra in età ellenistica, nella quale si affermò una concezione del paesaggio di intonazione idilliaca e bucolica, che trovò sviluppo nelle pitture parietali romane. Le testimonianze maggiori sono date dalle scene dell'Odissea dipinte in una casa dell'Esquilino (Biblioteca Vaticana), da quelle della cosiddetta Casa di Livia e dalla grande serie di dipinti pompeiani. Negli stessi mosaici (per esempio in quelli di ambiente nilotico) è toccato frequentemente il tema paesistico. Il paesaggio ebbe funzione subordinata anche nell'arte asiatica, tranne che nell'Estremo Oriente dove i paesaggi puri, caratterizzati dalla trasfigurazione dei dati naturalistici, toccarono altissimi livelli qualitativi, soprattutto in Cina tra i sec. VII e XII, e in Giappone nel sec. XVII. Nell'arte bizantina il paesaggio ebbe per lo più un valore simbolico-decorativo. Nella pittura romanica esso non appare, in quanto incompatibile con la raffigurazione del divino; venivano raffigurati singolarmente solo alcuni elementi naturali, in funzione appunto decorativa o simbolica (i giardini per esempio rappresentavano il paradiso). Eguale significato allegorico ebbero i paesaggi gotici; tuttavia proprio con la pittura gotica senese (A. Lorenzetti, Simone Martini), diffusa dalla corte papale di Avignone in tutta Europa, il paesaggio acquistò un ruolo importante nei dipinti, fino al minuzioso realismo descrittivo delle miniature lombarde e fiamminghe. Nel Quattrocento il paesaggio assunse nei fiamminghi un preciso significato di ambientazione empirica, grazie anche al valore unificante della luce e all'applicazione delle regole della prospettiva. Nel Rinascimento italiano, dove il modo di intendere il luogo d'azione delle figure era tutt'uno col modo di intendere il rapporto ideale tra l'uomo e la natura, il paesaggio è presentato ora secondo una cristallina formula prospettica (Piero della Francesca), ora secondo l'inquieta compenetrazione dei due termini (Leonardo), ora nelle soluzioni liriche della scuola veneta e veneziana (da Bellini a Giorgione), soluzioni che, per la concezione antropocentrica dell'umanesimo, lasciano all'uomo una posizione di predominio.

Dal XVII al XX secolo

Il paesaggio acquistò carattere autonomo e predominante solo nel Seicento, quando, nell'ambito di quel movimento antiaccademico propugnato specialmente da fiamminghi, olandesi e tedeschi che diede inizio ai vari "generi" della pittura, si sviluppò la riflessione teorica sulla rappresentazione paesistica e sul suo valore espressivo. Il paesaggio si venne così differenziando in vari tipi secondo le esigenze del mercato; si ebbero in tal modo: il paesaggio eroico, o classico (Poussin, Lorrain) , dove i vari elementi naturali sono accostati secondo un preciso ideale compositivo essenzialmente antinaturalistico; il paesaggio dal vero (Rembrandt, Vermeer, Ruysdael, Guardi, Canaletto, ecc.), che interpreta drammaticamente la realtà naturale attraverso le masse di colore e la luce; il paesaggio di fantasia (Salvator Rosa, Marco Ricci), ricco di elementi curiosi, fantasiosi, pittoreschi fino al cosiddetto "capriccio". Accanto ai vari tipi di paesaggio naturale, spesso con figure (o "macchiette"), si hanno inoltre le marine (soprattutto in Olanda) e le vedute, talvolta con complessi significati allegorici in relazione alla filosofia del tempo. Per quasi tutto l'Ottocento il paesaggio fu un tema dominante della pittura europea, permettendo le più varie ricerche stilistiche in senso antiaccademico per una pittura del reale (con varie sfumature del concetto di realismo: Turner, Constable, Corot, i pittori di Barbizon, i macchiaioli, gli impressionisti, Van Gogh), fino a diventare strumento di transizione al cubismo e all'astrattismo (Braque, Cézanne, Marc, de Staël).

C. M. Dawson, Romano-Campanian Mythological Landscape Painting, New Haven, 1944; K. Clark, Landscape into Art, Londra, 1949; Y. Thiery, Le paysage flamand au XVIIe siècle, Bruxelles, 1953; K. A. Coomaraswamy, La trasfigurazione della natura nell'arte, Milano, 1990.