panegìrico

sm. (pl. -ci) [sec. XVII; dal latino panegyrícus, dal greco panegyrikós (lógos), (discorso) per un'assemblea, da panḗgyris, assemblea di tutto il popolo]. Componimento oratorio di carattere encomiastico, appartenente al genere dell'eloquenza dimostrativa (epidittica) le cui origini si fanno risalire all'antica Grecia. Ironicamente, discorso o scritto nel quale i toni di elogio sono esagerati: tessere un panegirico. § Si tratta di un discorso tenuto nelle assemblee pubbliche per esaltare virtù e meriti di un personaggio, di una città o di un popolo intero. Famosi furono i panegirici di Lisia, di Elio Aristide e di Isocrate, il quale impiegò dieci anni per preparare il panegirico di Atene. Nella letteratura latina si ricordano il panegirico di Messalla in esametri (giuntoci insieme al corpus delle opere di Tibullo ma variamente attribuito a Tibullo, Properzio, Ovidio), il panegirico di Traiano, in prosa, composto da Plinio il Giovane per ringraziare l'imperatore della nomina a console. I successivi panegiristi latini usarono questa forma di componimento esclusivamente per adulare i sovrani o per ringraziarli di qualche beneficio, anche a nome della loro città. Scritti in latino letterario, i panegirici servirono in epoca moderna come fonti storiche, specialmente quelli del periodo imperiale da Diocleziano a Teodosio. Nelle raccolte pervenuteci, alcuni sono anonimi e gli altri appartengono ai retori galli Claudio Mamertino di Trèves, Eumenio di Autun, Nazario e Pacato Drepanio di Bordeaux. Nell'oratoria sacra cristiana, il panegirico viene usato nelle celebrazioni dei santi patroni (Bossuet).

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