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passivo

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Lessico

agg. e sm. [sec. XIV; dal latino tardo passīvus, da pati, sopportare, patire].

1) Agg., che subisce o è disposto a subire l'azione altrui; abulico, privo di iniziativa: ha tenuto un comportamento passivo; nel linguaggio economico indica che le entrate sono inferiori alle uscite: bilancio passivo; la bilancia dei pagamenti è passiva, il valore delle importazioni di un Paese supera quello delle esportazioni. § Nel linguaggio giuridico, soggetto passivo, colui che nel rapporto obbligatorio deve tenere un dato comportamento di dare, fare o non fare, a favore di un altro (soggetto attivo).

2) In elettronica e in elettrotecnica, di elementi il cui circuito equivalente non comprende generatori (vedi anche bipolo).

3) In metallurgia, di materiale metallico che si trova in condizione di passività.

4) Sm., l'insieme degli elementi passivi del capitale di un'azienda; anche sezione del bilancio nella quale figurano gli elementi passivi del patrimonio aziendale nonché, a saldo, il capitale netto e le sue parti ideali (riserve e utili). Fig.: iscrivere, registrare al passivo, dover valutare, nel contesto della propria vita o attività, un fatto come un danno, un insuccesso, almeno parziale. § Nel linguaggio bancario, operazioni passive, quelle relative alla raccolta o provvista di fondi mediante le quali le banche si procurano il credito; si distinguono in: originarie, se i fondi vengono raccolti direttamente dalla clientela (depositi, conti correnti); derivate, se avvengono tra una banca e altri istituti di credito o enti finanziari (risconto di effetti, aperture di credito passivo, mutui passivi, riporti, anticipazioni passive). In base al grado d'immobilizzazione si deve stabilire un rapporto tra operazioni attive e passive tale da garantire in ogni momento la necessaria liquidità. § Nel linguaggio giuridico, passivo del bilancio, gli oneri di vario genere indicati nel conto patrimoniale, in contrapposto alle attività, e costituiti, nelle società per azioni, tra l'altro, dal capitale sociale al valore nominale, dalla riserva legale e facoltativa, dai fondi di ammortamento e di previdenza, dai debiti e dalle obbligazioni non estinte, nonché dalle cauzioni degli amministratori e dalle altre partite di giro; stato passivo del fallimento, l'insieme delle passività e dei debiti gravanti sul fallimento. È compilato dal giudice delegato, con l'assistenza del curatore, in base alle domande d'insinuazione presentate dai vari creditori e verificate in apposita udienza. Lo stato passivo è poi dichiarato esecutivo dal giudice, ma ogni creditore può fare opposizione entro un termine perentorio e la decisione definitiva sull'ammissione allo stato passivo del fallimento è data con sentenza.

Linguistica

Si dice della diatesi o forma verbale nella quale il soggetto, invece di compiere l'azione, la subisce. In italiano il passivo è espresso col verbo ausiliare essere, più raramente, e solo nei tempi semplici, venire, seguito dal participio passato (è lodato o viene lodato, ma solo è stato lodato). Si considera passiva anche la costruzione della particella pronominale si con una terza persona singolare o plurale (si leggono i giornali). Il sistema verbale indeuropeo non aveva in origine per la diatesi passiva una forma indipendente e autonoma che si è venuta formando secondariamente. Il greco distingue morfologicamente il passivo dal medio solo all'aoristo e al futuro, in latino per i tempi derivati dal tema del presente il passivo presenta le originarie forme del medio (il cui valore è all'origine del verbo deponente), mentre per i tempi derivati dal tema di perfetto si è formata una coniugazione perifrastica con l'ausiliare esse da cui si è sviluppato il passivo delle lingue romanze. Per influsso del latino volgare e delle lingue romanze anche nelle lingue germaniche si è formato un passivo perifrastico espresso in tedesco con l'ausiliare werden (nella fase antica anche con sīn e wesan) e in inglese con l'ausiliare be (nella fase antica anche con weorthan e wesan). Nelle lingue germaniche settentrionali però il passivo viene espresso, analogamente a quanto avviene nelle lingue baltiche e in quelle slave, aggiungendo al verbo il pronome riflessivo.