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patologìa

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Descrizione generale

sf. [sec. XVII; pato-+ -logia]. Branca della biologia che ha per oggetto lo studio delle malattie degli animali e delle piante e delle cause che le determinano. Per ciò che riguarda l'uomo la patologia fa parte della medicina. Di più recente sviluppo è la patologia animale concretatasi quale disciplina autonoma soprattutto per ciò che riguarda gli animali domestici; l'importanza, per le cure sull'uomo, della patologia sperimentale ha esteso anche il campo di ricerche sugli animali e quello relativo allo studio comparativo delle malattie nell'uomo e negli animali (patologia comparata).

Medicina: generalità

A scopo per lo più didattico, la patologia umana viene distinta in branche diverse, autonomamente studiate, ma che nel loro insieme costituiscono un tutto unico. Così la patologia cellulare studia specificamente le alterazioni morfologiche e funzionali delle cellule, quale punto di partenza di tutti i processi morbosi; la patologia generale studia le alterazioni patologiche fondamentali, che sono alla base dei quadri morbosi (infiammazione, degenerazione, ecc.) e le reazioni che esse suscitano nell'organismo (immunità); la patologia speciale studia i meccanismi eziopatogenetici (patogenesi) e le manifestazioni morbose dei singoli organi e apparati, sia che la loro cura richieda interventi chirurgici (patologia chirurgica), sia metodi terapeutici incruenti (patologia medica); la patologia sperimentale, infine, studia le malattie artificialmente riprodotte.

Medicina: l'evoluzione delle teorie sulla patologia

La storia della patologia umana è parte della storia della medicina stessa, poiché proprio l'interesse suscitato sin dai tempi più antichi dalla comparsa di un processo morboso ha dato origine allo studio del corpo umano e perché successivamente tutte le indagini destinate alla conoscenza delle strutture organiche si sono sempre accompagnate alle ricerche sui processi morbosi e ai tentativi di cura. Fin dai tempi più remoti, la malattia poteva essere considerata effetto dell'introduzione di un corpo estraneo (scheggia di legno, veleno), della perdita di qualcosa di essenziale alla vita (sangue, respiro) o dovuta a cause ambientali (freddo, caldo, umido, ecc.). In seguito, quando l'uomo iniziò a speculare sulle cause delle malattie per tutte quelle forme morbose in cui un concreto rapporto di eccesso o difetto rispetto a fattori esterni non era percepibile, si propose un'interpretazione magico-animistica della malattia. Essa era cioè causata da un demone, da uno spirito maligno, dall'anima di un defunto strappata anzitempo al suo corpo. Si ebbe così la prima concezione ontologica della malattia come una realtà a sé stante. La visione magico-animistica si integrò in quella religiosa che considera il morbo risultato di una colpa o comunque curabile per un intervento divino. Tale concezione, tramandatasi fino ai nostri giorni, sopravvive nei pellegrinaggi a Lourdes della Chiesa cattolica o nella dottrina della Christian Science della Chiesa protestante. La concezione magico-animistica proprio per il suo legame con la medicina popolare si è sempre accompagnata a conoscenze e pratiche terapeutiche spesso efficaci. A queste tradizioni popolari attinse costantemente anche la medicina dotta pur nei suoi tentativi di inserire la malattia in una visione critico-scientifica della natura. Secondo la prima sistemazione della medicina risalente a Ippocrate (sec. V-IV a. C.), la malattia consiste in un'alterazione del rapporto dei quattro umori contenuti nel corpo umano: il sangue, caldo e umido come l'aria, prodotto dal cuore; la flemma o muco freddo e umido come l'acqua, prodotta dal cervello; la bile gialla, calda e secca come il fuoco, prodotta dal fegato; la bile nera, fredda e secca come la terra, prodotta dalla milza. I Greci per interpretare la natura e la vita introdussero il concetto di pneuma o spirito dell'aria che rinnova il calore attraverso la respirazione. Galeno (sec. II d. C.) sosterrà anch'egli la concezione ippocratica della malattia come dovuta a uno squilibrio degli umori, pur ammettendo anche un difetto dell'azione energetica e regolativa del pneuma. Molte infermità derivano da uno squilibrio fra l'afflusso e l'assorbimento dei liquidi nei vari organi, mentre l'infiammazione, riconoscibile dal rossore, gonfiore, dolore e calore, è dovuta al ristagno degli umori e per guarire deve maturare ed espellere quale materia peccans il pus. In contrapposizione alla patologia umorale si ebbe anche una patologia solidista secondo cui gli organi, considerati già da Erasistrato (sec. III a. C.) parti solide, sono la sede in cui si localizza la malattia per una stasi in essi di sangue (pletora). Legata alla patologia solidista fu la concezione atomistica di Asclepiade (sec. I a. C.) che ritenne il corpo composto di atomi moventisi in canali o pori; il loro chiudersi (status strictus) o il loro dilatarsi (status laxus) comporta un abnorme moto degli atomi e quindi la malattia. Già nel sec. III a. C., tuttavia, sotto l'influenza dello scetticismo, una scuola medica detta “empirica” aveva rinunciato a spiegare teoricamente la natura delle malattie che venivano curate esclusivamente in base alla pratica. Alla patologia umorale era strettamente legata la dottrina delle costituzioni, secondo cui la malattia non era un'entità ma uno stato o processo individuale caratterizzato da singoli gruppi di sintomi, cioè un modo di reagire a una causa nociva che dipende dalla costituzione dell'uomo colpito, il quale, secondo il prevalere di uno dei quattro umori, può essere sanguigno, flemmatico, bilioso o melanconico. Tale impostazione favorì la descrizione con una storia clinica di ogni caso individuale ma rese difficoltoso porre ordine fra le malattie, che venivano infatti raggruppate secondo l'accidentale forma dei disturbi dalla testa ai piedi. A partire dal Medioevo ebbe inizio una svolta negli studi di patologia; la lebbra che si diffuse come un flagello non era trattata nei testi antichi; solo nella Bibbia, pur considerandola un castigo di Dio, si poteva trovare il giusto trattamento per l'ammalato (diagnosi, disinfezione, isolamento). Comparvero altre malattie contagiose ignote agli antichi: scabbia, tubercolosi, erisipola e la terribile peste che nel sec. XIV devastò l'Europa. Nei secoli successivi l'individuazione di altre malattie (difterite, sifilide, tifo petecchiale) portò a considerare i processi morbosi, almeno quelli contagiosi, come unità a sé stanti pur non riuscendo a trovare una spiegazione della loro causa. Con la rivoluzione scientifica e lo sviluppo degli studi di anatomia e fisiologia nei sec. XVI e XVII mutò il quadro di interpretazione dell'organismo; la febbre venne ricondotta all'attrito del sangue nei vasi o alla fermentazione chimica dei liquidi, mentre ogni nuova scoperta scientifica (irritabilità, elettricità, ossigeno) sembrò indicare per molti la causa unica di tutte le malattie. La via per risolvere il problema dell'insorgenza della malattia non stava nel considerare il corpo come una macchina e un alambicco ma in una sua analisi sempre più attenta e precisa. Già nel Seicento Th. Sydenham aveva richiamato l'attenzione sulla necessità di una descrizione accurata dei sintomi e del decorso delle malattie; precisati meglio i caratteri della tubercolosi, dell'apoplessia, del rachitismo e, con l'opera di B. Ramazzini, delle malattie del lavoro, si sentì l'esigenza di classificare le malattie come Linneo aveva fatto con le piante e gli animali. L'indicazione decisiva si ebbe con l'opera De sedibus et causis morborum (1761) di G. B. Morgagni che collegò la descrizione dei sintomi con quella delle lesioni anatomiche riscontrate dopo la morte. Tale indagine venne estesa con un'accurata casistica nei grandi ospedali parigini all'inizio dell'Ottocento da molti medici fra i quali J. N. Corvisart e R. Th. Laennec. Fondamentale inoltre fu l'opera di X. Bichat il quale osservò che gli organi non si ammalano come un tutto ma che ogni tipo di tessuto può singolarmente ammalarsi anche in più organi. L'uso di microscopi sempre più perfezionati portò ad approfondire la teoria della localizzazione della malattia. Nel 1862 R. Virchow nell'opera Die Cellular Pathologie (Patologia cellulare) poneva nella cellula come entità vivente la sede della malattia. Ma non tutte le forme morbose rivelavano un'alterazione cellulare. Ricerche di patologia sperimentale condotte da C. Bernard mostravano per esempio che il diabete coinvolge processi fisiologici di organi che non sono per se stessi ammalati. Il riconoscimento delle malattie come entità specifiche portò nell'Ottocento, seguendo gli studi di L. Pasteur, a individuare la causa di alcune di esse in organismi viventi parassitari visibili solo al microscopio. Negli ultimi decenni del sec. XIX, scoperti i germi delle più importanti malattie infettive, si risolse il secolare problema del contagio trovando anche una potente arma contro di esse, l'immunizzazione. I processi immunitari (già noti dal Settecento con la vaccinazione contro il vaiolo) mostravano che il vivente reagisce come un tutto nello stato di malattia e che questa non poteva essere considerata ontologicamente come un'entità in sé incarnata in microbi specifici. Anche gli studi di genetica mostrarono il ruolo dell'ereditarietà nella resistenza alle malattie rivalutando così la teoria della costituzione e la patologia umorale. Lo studio infine delle malattie da carenza alimentare, endocrine e del sistema nervoso ha ribadito nel Novecento l'idea che la malattia è una reazione globale dell'organismo che si compie in un'interazione con l'ambiente anche sociale dell'uomo.

Patologia vegetale

Come quella umana e animale, la patologia vegetale comprende una patologia generale, che si occupa delle manifestazioni morbose delle piante dal punto di vista più generale, e una patologia speciale, che studia dettagliatamente ciascuna singola malattia. Lo studio di ogni processo morboso, a sua volta, si basa su: sintomatologia, biologia, patogenesi, epidemiologia, profilassi e terapia. Gli stati morbosi che affliggono le piante possono essere classificati tenendo presenti le cause che li provocano e in questo senso, escludendo quelle di origine animale, delle quali si occupano l'entomologia e la zoologia agraria, si possono suddividere in due gruppi, uno costituito dalle malattie di origine parassitaria, l'altro dalle disfunzioni prodotte da fattori ambientali. Queste ultime sono dovute principalmente a eccesso o difetto di umidità e di temperatura, a eccessi meteorici, scompensi nutrizionali (carenza di alcuni elementi nutritivi, eccesso di determinate sostanze chimiche nel suolo), alla presenza di sostanze tossiche nell'ambiente circostante, per lo più di provenienza industriale, ecc. In generale tutti questi fattori incidono negativamente sullo sviluppo, la vitalità e la longevità delle piante colpite, che manifestano chiari segni di sofferenza (ingiallimento, necrosi, intumescenze, caduta delle foglie, avvizzimento, ecc.), con conseguenze più o meno gravi sulla produzione, dal lato sia quantitativo sia qualitativo, e spesso favorendo l'instaurarsi di malattie parassitarie. La maggior parte di queste è causata dall'azione di parassiti microscopici, batteri e soprattutto funghi, come per esempio quelli che provocano la maggior parte delle peronospore, delle ruggini e degli oidi, accanto alle quali si possono collocare anche quelle prodotte da virus, caratterizzate da alterazioni fisiologiche profonde e complesse (virosi). Nelle piante il focolaio di infezione di solito rimane circoscritto e ciascuna infezione appare fisiologicamente distinta dalla precedente; le malattie parassitarie delle piante, pertanto, nella maggior parte dei casi, sono localizzate, per quanto inguaribili; questa deficienza però è compensata con la spiccata capacità costruttiva dei vegetali, grazie alla quale gli organi colpiti possono venire eliminati e sostituiti con corpi neoformati. Ma, come negli animali, le malattie delle piante si diffondono per tutto il corpo quando l'agente infettivo raggiunge le vie di conduzione, come nel caso del virus che provoca l'accartocciamento delle foglie di patata, dove il parassita vive nei tubi cribrosi, o di certe tossine che si spingono lungo i vasi. Anche gli organismi vegetali – analogamente a quelli animali – si difendono dall'azione dei germi patogeni con azioni plasmatiche o biochimiche specifiche: spesso l'azione del parassita sull'ospite provoca una reazione di questo che si traduce in un accrescimento anomalo o irregolare delle parti colpite, consistente nell'accrescimento di volume delle singole cellule (ipertrofia), o in un aumento numerico di esse (neoplasia), in seguito a fenomeni di proliferazione. In generale, però, l'immunità acquisita, molto frequente nel regno animale, è scarsamente diffusa in quello vegetale, fra i cui componenti non è stata ancora provata con certezza la formazione di anticorpi.

F. Büchner, Trattato di patologia generale, Torino, 1954; G. Favilli e altri, Trattato di patologia generale, Milano, 1958; W. A. Sodeman, Fisiopatologia. Meccanismo delle malattie, Torino, 1960; F. M. Burnet, Le difese organiche, Torino, 1967; E. Clerici, M. L. Villa, Immunologia generale, Torino, 1968; U. Dianzani, Patologia generale, Torino, 1974; I. Covelli, L. Frati, Patologia generale, Napoli, 1986.